Addio seconda repubblica

RIMINI - Notizie primo piano - mer 15 giu 2011
di Stefano Cicchetti

Cosa succede dopo le "spallate"
Ma chiunque governerà dovrà salvare il bilancio

I più avvertiti fra gli esponenti del centro-destra lo stanno già rinascendo: il partito televisivo non funziona più. E proprio in tv si sono visti i segnali del declino, plasticamente rappresentato dalla mortificante catastrofe di Vittorio Sgarbi. Funziona ancora, invece, il partito di piazza, come si è visto con la manifestazione delle donne il 13 febbraio. E soprattutto funziona il partito delle piazze virtuali, con i network che affossano i telegiornali. La tornata amministrativa, sommata allo tsunami dei referendum, segnano la fine per una seconda repubblica mai nata. 

Troppo presto per dirlo? Molte ragioni inducono a ritenere di no. Innanzi tutto, il tramonto del leader con il quale la destra italiana si è identificata negli ultimi 17 anni. Tramonto che è innanzi tutto dell'uomo, e non solo per motivi anagrafici. E' impressionante notare che, secondo i sondaggi, ben un quarto degli elettori del Pdl che si è recato alle urne referendarie nonostante l'indicazione contraria di Berlusconi, lo ha fatto proprio con la motivazione di votare contro di lui. Una quota perfino superiore a quelle di chi fra gli elettori della Lega ha ragionato allo stesso modo. Ed è altrettanto esemplare la chiacchierata telefonica fra Flavio Briatore e Daniela Santanchè, finita sui giornali dopo essere stata intercettata dalla procura di Genova. I due, nonostante le pubbliche difese ad oltranza del loro capo, in privato la pensano esattamente come la gente "normale".
Far nascere la seconda repubblica non sarà comunque né facile né indolore. Berlusconi è semplicemente troppo ricco per poter essere messo da parte da chiunque. Meno che meno da un partito che non solo ha fondato, ma che letteralmente "possiede". E di cui fanno parte personaggi che gli devono tutto e che senza di lui possono aspirare al massimo ad una confortevole pensione. D'altra parte, i Fini e i Casini sono ancora troppo deboli e a loro volta piuttosto logorati - nonostante la loro area alle ultime elezioni abbia raddoppiato i consensi - per mettere insieme una grande forza moderata.
Sull'altro versante, Bersani vince seguendo la tattica che ha sempre proclamato: resistere un minuto più dell'avversario. Basterà? Alla sua sinistra, come sempre, saranno più spine che rose. Ma anche all'interno del Pd la pace è solo apparente. Non va dimenticato che la scelta referendaria è stata tutta del segretario, mentre una fetta di partito o era contraria all'iniziativa di Di Pietro e dei comitati in quanto "controproducente", o addirittura era schierata per il "no", come sul nucleare e l'acqua. Passata la festa, questi nodi torneranno a galla.
Soprattutto, lo spazio per ballare è davvero ristretto. L'Italia si è assunta l'impegno di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014. Dal momento che nessuno sano di mente contesta questa scelta - anche perché in caso contrario la Grecia è lì ad insegnarci quale sarebbe la nostra sorte - chiunque sarà al timone potrà far questo e ben poco altro. Insomma, dovrà trovare 40 miliardi all'anno. Le uniche differenze consistono nel come trovarli, cioè a chi prenderli: mungere sempre le stesse mucche, ormai pelle e ossa, o spremere anche quelle grasse? Parrebbe una domanda retorica, ma per tassare le rendite finanziarie e i grandi patrimoni, occorre una forza che oggi nessuno può dire di avere.

 

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