Con la guerra di mezzo

RIMINI - Notizie sport - mer 01 giu 2011
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Armando Morri fu portiere del Rimini prima del conflitto e dirigente dopo il 45

Armando Morri, classe 1916, appartiene ad una schiera d'eroi di un autoctono, ingenuo, entusiastico pionierismo pedatorio che raggiungeva, nel derby stracittadino: Libertas contro Dopolavoro Ferroviario, il punto massimo di eccitazione tra le opposte tifoserie.
In un periodo in cui lo sport era pur sempre considerato un fatuo diversivo, Armando Morri si impose come portiere coraggioso ed avveduto. Su campi improbabili, in un clima strapaesano, alle prese con palloni di cuoio spesso sformati e pesantissimi, l'epos sportivo di questo giovine atleta ardeva febbrilmente mentre: AUSPICE DEL CLIMA LITTORIO - GLI ITALIANI - FORGIATI DAL DUCE - NEL CULTO DI ROMA ANTICA - ESULTANO - PER LE IMMANCABILI VITTORIE. L'enfasi e la retorica, del resto, erano congeniali agli italiani degli anni trenta, anche se poi, il nostro calcio nazionale, sapeva imporsi in ogni dove e trionfare in Campionati del Mondo ed Olimpiadi.
Nel 1939, quando il dott. Carlo Carli, in qualità di presidente, coadiuvato dai dirigenti dott. Luigi Moretti, rag, Amerigo Dolci e sig. Renato De Sarno, diede vita alla Rimini Calcio, partecipando al Campionato Nazionale Semiprofessionisti (l'attuale serie C ), a difendere la porta dei biancorossi c'era proprio lui, Armando Morri, questo giovanotto irridente e scanzonato che, con i baffetti alla Errol Flynn, sapeva compiere mirabilie tra i pali, trovando, purtuttavia, il tempo di andarsi a conquistare la sua bella laurea in Scienze Agrarie, presso l'Università di Bologna.
Il periodo di massima "celebrità", Armando Morri, lo visse in quello che nella memoria collettiva della tifoseria riminese è ricordato come il "Rimini dei romani". Sono convinto che si trattasse di una compagine di primissimo ordine. Pur non avendoli visti giocare, sono cresciuto con i nomi dei componenti la formazione negli orecchi: Morri; Grassi Viganò; Casadio, Alzani, Bruno; Romani, Nardi, Trevisani, Bianchi, Camellini.
Ci fu anche, in quegli anni, una memorabile prestazione offerta da Armando Morri in una gara amichevole contro la Roma. I giornali della capitale si sprecarono in iperboli per decantare le doti del portierino riminese. Si parlò persino di un suo passaggio in maglia giallorosa. Ma per un vizio della giovinezza odiatrice di calcoli utilitaristici, Armando Morri preferì vivere il calcio con spirito naive. Quando il 19 maggio 1940, il Rimini, giocò l'ultima partita di campionato a Gubbio, vincendo per 3 - 0, i venti di guerra, soffiavano sull'intero continente. Anche Armando Morri, vestito il grigioverde, servì la patria, tornando poi, come tanti, deluso e stanco alle usate faccende. Sarebbe interessante dilungarsi, perché credo, che in questi uomini della generazione di Armando Morri, siano racchiuse storie tutte degne di essere ricordate. Dirò, pertanto, che anche nel dopoguerra, la passione sportiva del nostro uomo continuò, e così, Armando Morri dimesse le scarpe bullonate, dopo aver difeso la porta del "suo Rimini" in altri campionati, si trasferì dietro una scrivania. Una povera scrivania.
Correva l'anno di "paucissima gratia" 1945 e tra cumuli di macerie, abiti rivoltati, tessere annonarie, l'ex portiere dall'aria irriverente e scanzonata, assunse la presidenza della Rimini Calcio. Fu proprio lui uno dei creatori della indimenticabile squadra del primo dopoguerra, quella dei: Ghezzi, Bettoli, Pinardi, Bombardieri, Mantovani, Ravaglia... i nomi dei quali, secondo Sergio Zavoli, "era musica che attraverso gli altoparlanti scendeva dal cielo", e fu sempre il dottor Armando Morri che seppe valorizzare, cedendoli a squadre di serie A ed serie B i migliori prodotti di quel calcio, ricoprendo, in seguito varie cariche, prodigandosi sempre e comunque per il bene della squadra cittadina. Ha sempre sognato, sapendo di non veder mai realizzato il proprio desiderio, una squadra composta in massima parte da giocatori locali, una squadra povera ma tenace, sulla falsariga di quelle formazioni nelle quali con tanta passione aveva militato: squadre afflitte dalla "mancanza di denaro", quella achrematìa di cui parlavano i greci, quella miseria che rendeva il gioco del foot-ball assai meno potente di ciò che sarebbe stato in seguito, anche se ben più glorioso.

 

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