Il Marecchia, storia di alluvioni
Il Borgo San Giuliano subì spesso danni disastrosi
Le bizze del fiume tennero la città in apprensione per secoli
di Luca Vici
Il problema dell'accumulo dei detriti alla foce del Marecchia che intasavano la bocca del porto, fu studiato a lungo dallo Stato della Chiesa, vista l'importanza dello scalo riminese, secondo in Adriatico solo ad Ancona.
All'inizio del '500, proprio a causa della difficoltà di deflusso delle acque in mare, il Marecchia aveva ripreso a percorrere - come accaduto nell'alto Medio Evo e probabilmente anche in epoche più antiche - l'alveo della Fossa Viserba, da San Martino in Riparotta al mare.
Il governo di Papa Giulio II decise allora di aumentare il corpo d'acqua del fiume per mantenere in sospensione i detriti facilitandone così lo scaricarsi degli stessi in mare aperto: per questo motivo vietò di prelevare acqua dal Marecchia.
Un'ennesima, terribile alluvione sconvolse la nostra città l'11 ottobre 1523, quando Marecchia, Ausa e Mavone uscirono dai propri alvei, unendosi e allagando l'intera Rimini: il ponte di san Bartolo di frote all'Arco venne distrutto, mentre quello di Tiberio fu sommerso.
Alcune piene del Marecchia per certi aspetti furono anche utili: quella del 1585, ad esempio, liberò la bocca del porto da una grande massa di detriti che aveva reso inagibile il canale per quasi sei mesi.
Il 10 novembre 1614 una memorabile "fiumana" distrusse molte barche, mentre numerose case del borgo di San Giuliano furono allagate dovettero essere abbandonate.
Notevoli danni furono provocati alle case del borgo di San Giuliano anche dall'alluvione dell'8 settembre 1616.
Nei bastioni medievali che si trovano ancora oggi a fianco del ponte di Tiberio, lato San Giuliano, è possibile scorgere una pietra che indica il livello raggiunto dal fiume Marecchia il 12 settembre 1866, mentre un'altra piena "storica" del fiume risale al 23 settembre 1910 ed è ricordata con una targa marmorea alla base del faro storico.
Fonte: Alessandro Serpieri, "Il porto di Rimini dalle origini a oggi".
La Riparotta che fece sfociare il fiume a Viserba
L'imprevedibile Marecchia segnò la vita di Rimini fin dalla sua fondazione. In particolare dovettero subire le bizze del fiume gli abitanti del quartiere Ducale, del Borgo Marina e, sull'atra sponda, quelli del Borgo San Giuliano.
Non per nulla i Romani piazzarono possenti frangiflutti alla base del Ponte di Tiberio; dalla loro disposizione obliqua rispetto all'asse del ponte, si può desumere quale fosse la direzione della corrente 2000 anni fa. Lo stesso corso del fiume doveva essere spostato più a sud-est, come si vede dall'andamento delle vie della "Castellaccia", lambendo la stessa via Ducale.
Intorno al Mille secolo una disastrosa alluvione deviò il Marecchia dal proprio letto; il fiume ruppe gli argini 4 km dal centro cittadino, nel luogo che da quel momento fu denominato San Martino in Ripa rotta, andando a sfociare a Viserba.
Mura e torri travolte dalle acque
Anche i Malatesta furono sempre alle prese con i danni delle piene
Fonti storiche ci dicono che tra il 1396 e il 1397, le neonate strutture portuali e lo stesso ponte di Tiberio, furono seriamente danneggiati dalle straordinarie esondazioni del Marecchia le quali, unite alle furiose burrasche, dovettero essere riparate con 300 scudi d'oro dal Clero di Rimini.
Tale cifra bastò soltanto a fare le prime riparazioni e Carlo Malatesta, signore di Rimini, fu costretto qualche anno dopo, il 28 aprile 1400, a iniziare lavori di fortificazione dell'ultimo tratto del fiume, incaricando tal mastro Domenico "esperto ingegnere del duca di Milano".
Per dare una via più diretta al fiume verso il mare, le fonti ci dicono che si provvide a demolire un tratto delle mura di Borgo San Giuliano.
Tuttavia, altre piene disastrose, descritte dallo storico Clementini, avvenute negli anni 1440 e 1442 iniziarono a deteriorare tale fortificazione e la bocca del porto.
Nel 1469 il torrione della porta del borgo di San Giuliano giaceva abbattuto da una fiumana che si era portata via anche un tratto di mura, mentre il canale era talmente intasato da poterlo quasi attraversare a guado.
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Le piene del fiume tormentarono la città per secoli
Ma il vero deviatore oggi è il porto-canale
Il "taglio" del Marecchia arrivò dopo 70 anni di promesse elettorali
di Annamaria Bernucci
Le limate del fiume sono state continue e diversificate, abbracciando vaste aree a ridosso della città, tra il Gattolo e le mura urbane; le nuove anse lambirono persino la cattedrale di S.Colomba quando le acque si spostarono verso nord, in direzione di Viserba. Si chiamava terra Artinaca, questa vasta area poi abbandonata dai capricci del fiume. Ma i problemi maggiori derivanti dal suo straripamento sono secolarmente legati al Borgo S.Giuliano.
Mario Macina, nel 1970 pubblicava un opuscolo "Rimini all'inizio del secolo" in cui intreccia memorie e ricordi riminesi. Ecco cosa scrive a proposito del Marecchia.
"Uno dei lavori più richiesti dalla popolazione era il cosiddetto taglio del Marecchia; vale a dire la deviazione del fiume tanto necessaria per eliminare le ricorrenti inondazioni a cui è esposta tutta la città e specialmente il borgo S.Giuliano. In tutte le competizioni elettorali il taglio del Marecchia figurava sempre al primo posto delle promesse (in riminese si dice al ciacari) salvo non parlarne più sino alle successive elezioni. Della deviazione si cominciò a parlarne sin dall'inondazione avvenuta il 12 settembre 1860 e vi è un riferimento nella commedia "La Franzchina da lai" che ritengo opportuno riprodurre.
Pasquel Ravanel: "Le tre mis ch'à fadigh per sta fiumena: ades i dis che i taia e fiom (sono tre mesi che fatico per questa fiumana adesso dicono che tagliano il fiume)
"Franzchina: "Sé, sé: ui vò un button (ci vogliono molti soldi)".
I lavori per la deviazione vennero cominciati nel 1924 e ultimati nel 1930, vale a dire 70 anni dopo la prima promessa e con inversione del primitivo progetto. Il deviatore, e la parola lo dice, avrebbe dovuto accogliere l'eccedenza del normale deflusso del fiume onde evitare gli straripamenti. Allo stato delle cose, è invece il vecchio alveo c
he funziona da deviatore col risultato che quando il fiume è in magra - e nel periodo estivo il caso è frequente - lascia allo scoperto il tratto tra il ponte di Tiberio e quello della Resistenza, da cui emanano le ben note esalazioni pestifere".
Un passato di devastazioni
Il ponte sulla foce si farà?
L'antico Ariminus da cui Rimini prende il nome, divenne Maricle come si desume da antichi documenti del XI secolo - Maricula - poi Marecchia. L'abbandono e il ripristino del letto fluviale, i continui e anche violenti mutamenti delle anse nella sua corsa finale fanno del Marecchia, prima del suo gettarsi in Adriatico, nel corso dei secoli, un fiume pericoloso. Le sue deviazioni furono così estreme che arrivò ad assicurarsi lo sbocco sul mare verso Viserba, sicuramente la più celebre delle sue deviazioni e una delle più antiche: Oreste Delucca cita infatti una fonte che ricorda la cella di S.Martino in Ripa Rupta già in epoca alto medievale; la località reca ancora il nome di S.Martino in Riparotta; e le piene in questa area sono menzionate anche dallo storico Luigi Tonini.
Il Comune di Rimini ha indetto un concorso di progettazione distinto in due fasi per la riqualificazione architettonica della foce del deviatore Marecchia attraverso la demolizione e ricostruzione di un ponte carrabile su via Coletti, la realizzazione di un collegamento ciclo-pedonabile in corrispondenza di via Ortigara e la sistemazione degli argini fluviali. La consegna della prima fase dovrà essere effettuata entro il 2 settembre 2011. Il concorso rappresenta un'occasione per rileggere la storia dell'area e la nascita dello ‘scolmatore'.
Le pungenti cronache di Mario Macina
Mario Macina nacque nel 1888, fu operaio alle Officine Ferroviarie, istituiì a Rimini la sezione giovanile del Partito Socialista Italiano. Macina divenne assessore ai Lavori Pubblici con il sindaco Clari dal 1920, e poi dal 1943 sino al '47, promosse la tramvia che nel 1921 collegò la città al mare; fu tecnico nella Commissione consultiva per il Piano Regolatore La Padula del 1943. E' stato autore salace e ironico, dotato di un'innegabile vis comica, come testimonia la sua "Rimini all'inizio del secolo".
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