Un buio mattino d'inverno

RIMINI - Notizie satira - mer 04 mag 2011
di Lia Celi

Le vittime della strage infinita e insensata
Quei cimiteri lungo le nostre strade

Il lettore è avvertito: questa volta qui si sorride poco. Perché voglio parlare di cimiteri di guerra. Ma non quelli dove il 25 aprile avrei voluto portare le mie figlie, i cimiteri degli Alleati che si trovano nei pressi della città. Non avevo paura di turbarle: pochi luoghi ispirano, insieme alla tristezza, altrettanta serenità. La pulizia e l'ordine che vi regnano sono specchio della rispettosa premura («corrispondenza di amorosi sensi», diceva il poeta) che gli umani di oggi dedicano ai ragazzi di ieri. Ragazzi venuti da tutto il mondo a morire qui perché oggi io e le mie bambine, non molto più giovani di loro, possiamo vivere libere e in pace.
Ma a quei recinti di quiete cosparsi di piccole stele tutte uguali non ce l'ho fatta ad arrivarci. A metà strada mi sono accorta che ero già in un cimitero di guerra, meno raccolto, meno lindo, ma molto più straziante.
E' un memoriale fatto di piccole lapidi sul ciglio della strada, di targhe con un nome e una data, di mazzi di fiori semplicemente legati a un albero o a un paracarro. Ad ogni segno corrisponde un incidente mortale, che ha coinvolto almeno una persona, di solito giovane o giovanissima. Coetaneo di quelli sepolti a Coriano o a Riccione, ma ucciso vicino a casa propria, senza un motivo, vittima della carneficina insensata che si consuma ogni giorno sulle strade. Caduto non per la libertà, ma per l'asservimento al Moloch di ruote e asfalto che ci siamo costruiti, e che ogni giorno reclama carne fresca - e la riceve puntualmente.
Questo cimitero di guerra inizia dal cuore di Rimini, vicino alla stazione, dove un cippo ricorda la sedicenne Renata Missere, investita quasi quarant'anni fa «in un buio mattino d'inverno», e si dipana all'infinito verso la periferia della città, e poi sulle strade extraurbane, in ogni direzione.
Scopro in rete che la mamma di Renata è (o è diventata) una poetessa. Nella tragedia è stata più fortunata di altri: la scrittura, e in genere tutte le forme di creatività, aiutano a riannodare, in qualche modo, il filo dell'esistenza quando viene lacerato da un dolore troppo grande. Ma molti altri - familiari, partner, amici - dopo la sciagura rimangono attoniti, tenendo in mano i due capi sfilacciati del filo, in attesa che qualcuno, o qualcosa, spieghi loro cosa farsene.
Non credo succedesse così anche ai congiunti dei giovani caduti in guerra: erano preparati al peggio da quando il loro ragazzo era partito vestendo la divisa. Ma quando tua figlia sedicenne esce alle sette e mezza per andare a scuola, come fai a prepararti al peggio, anche se è un buio mattino d'inverno?

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