Intervista a Davide Van De Sfroos

RIMINI - Notizie spettacoli - mer 04 mag 2011
di Carlotta Frenquellucci

La riviera è uno dei miei territori del cuore
In concerto il 6 maggio al Novelli di Rimini

Venerdì 6 maggio Davide Van De Sfroos sarà in concerto al Teatro Novelli per una tappa dello "Yanez tour 2001". Anticipato dall'omonimo singolo scritto e cantato in dialetto tremezzino (o laghée) arrivato quarto all'ultima edizione del Festival di Sanremo,Yanez si compone di brani che alternano momenti di allegria ad altri di più intensa riflessione, storie dure e suoni aspri, dominati dagli strumenti acustici mentre le suggestioni musicali attingono da quello che, fin dall'inizio, è il mondo sonoro caro a Van De Sfroos: il folk, nell'accezione più ampia del termine, il rock venato di blues, qualche aroma country e perfino speziature sudamericane. Chiediamo al cantautore, affabile e disponibile, di raccontarci qualcosa del suo album.
Hai dichiarato che questo disco, molto più dei precedenti parli di te, del dark side di Davide. Com'è avvenuta questa svolta intimistica?
«È stato un processo naturale. Si parte parlando di ciò che ti detta l'età ma poi, invecchiando, si sente il bisogno di sondare altri territori ed emozioni che, nel frattempo, hanno fermentato e hanno bisogno di emergere. E a quel punto o li canti o rimangono inesplosi. In questo disco ho messo qualcosa di me stesso che fino a tre anni fa non avrei avuto il coraggio di esplorare, parlo di amori, di sentimento, di emotività».
Yanez è un brano sul celebre corsaro portoghese Yanez De Gomera che segue fedelmente il bornese Sandokan nel ciclo romanzesco dei "Pirati della Malesia" di Emilio Salgari. Com'è nata l'idea di collocare quest'eroe proprio sulla riviera romagnola?
«La riviera è uno dei miei territori del cuore. Mio zio era pilota d'aerei durante la guerra e, se pur nato a Como, si era trasferito a Cesenatico e ogni estate fin da quando ero bambino ospitava me e la mia famiglia. Mio padre stesso, nei suoi ultimi anni, ha vissuto da pensionato a Cesenatico con la sua barca. A settembre scorso ero proprio in Romagna e sul terrazzo, in una serata estiva, hanno cominciato ad affollarmi la mente questi eroi di Salgari in trasferta nel mio mare. Eroi invecchiati, come mio padre, come pensionati che non si tirano indietro davanti a infradito e mojito, che si prendono delle piccole rivincite sulla loro età».
In Yanez emerge maggiormente l'aspetto di divertimentificio della Romagna, tu cosa prediligi e cosa bocci di questa terra?
«Boccio sicuramente le zanzare. Non boccio questo alone di profumo di piadina e festa che, in fondo, rimane una sua caratteristica estiva. È chiaro che se devo camminare in spiaggia lo faccio alle 5 di mattina quando non c'è la folla accalcata. Ma quel che mi piace di più è l'idea del lavorio del porto canale, le barche che arrivano, i pescatori con la pelle segnata che sembrano proprio dei pirati abbronzati e tatuati, senza veliero ma col moscone. E poi c'è una Romagna misteriosa, poetica, quella raccontata da Fellini, Tonino Guerra, De Andrè che regala piccole vibrazioni che ricordano il blues».
Come governi la tua poliedricità musicale e narrativa nell'abbinamento di note e parole?
«In realtà nel momento in cui mi trovo a scegliere l'idea che avevo in testa l'ha già fatto per me. Lo scrivere un brano è qualcosa che rotola da dentro e straripa fuori, è come se, ancor prima di nascere, avesse già il marchio di ciò che sta per diventare. È successo così per Yanez, una tiritera un po' cubista che è nata dalla sera alla mattina».
Si è parlato tanto della questione politica che ha suscitato la tua scelta di cantare in dialetto tremezzino. Non entro nel merito ma che ne pensi del rilancio di Bossi d'introdurre il dialetto e l'inno del nord nelle scuole?
«Se n'è parlato ampiamente, ma il parlarne non è un problema, a me non dà fastidio dire duemila volte che non sono leghista. Quanto al dialetto, per me fin da piccolo è stato sempre automatico imitare la cadenza dei posti dove andavo e rubare qualcosa di quei dialetti come fossero souvenir, oggi, invece, la terminologia multimediale ha portato alla spers onalizzazione. A scuola si dovrebbe spiegare che il dialetto è un nostro grande patrimonio ed insegnare, quanto meno, a non confonderlo con la lingua italiana altrimenti è un attimo scrivere in un tema crapa anziché testa...».

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