Il cacciatore di aquiloni che andava in bici
Storie e personaggi del nostro sport
"Dodo" Giorgio Brumali, quando per pedalare bastava la passione
Vorrei prendere le distanze dallo sport attuale, dalle sue aberrazioni mercantilistiche e, con un'operazione "archeologica", desidererei riproporre, come in uno specchio, l'atmosfera del com'eravamo. Da bambini vivevamo nei palazzoni di via Balilla, veri e propri inni alla lugubrità dell'architettura popolare. Pochi giocattoli allietarono la nostra infanzia ed allora i giochi di gruppo nell'immenso prato della Sartona furono per tutti noi i passatempi privilegiati. Partite di calcio che avevano inizio nel primo pomeriggio e terminavano col buio, quando le madri urlando e minacciando orribili castighi venivano a riprendersi i propri figli. Corse a perdifiato lungo le vie Lagomaggio e via Pascoli: dallo Stadio al mare e ritorno ed in tutti i modi ci misuravamo mettendoci ogni giorno in discussione. Poi venne il tempo della bicicletta e fu una passione collettiva. Ogni domenica una corsa. Ogni domenica si fissava un traguardo diverso ed un enorme, variopinto, eterogeneo serpentone si dispiegava avendo come mete il castello di Gradara, la rocca di San Leo e la classica delle classiche un percorso davvero selettivo che da Rimini giungeva a Santarcangelo e di qui, costeggiando il fiume Uso saliva a Sogliano al Rubicone, quindi sempre andando all'insù toccava Strigara, Savignano di Rigo, fino al traguardo della montagna posto a Perticara di qui discesa fino a Novafeltria e ritorno a Rimini pedalando lungo la Marecchiese. Nove volte su dieci, chi risultava vincitore in codesti ingenui, improvvisati tramagli era un ragazzino di piccola taglia duro come il fil di ferro, fenomenale in salita e nel contempo resistente e veloce, il suo nome: Giorgio Brumali, anche se per noi tutti era ed è Dodo. Mi ricordo la sua bicicletta. Era una Wander rossa con il manubrio sportivo. Montava il Gruppo Sport Campagnolo (un'unica moltiplica e quattro rapporti) e con quell'attrezzo riusciva a compiere imprese che avevano (ed ancora oggi hanno) dell'incredibile come quella volta che per scommessa (in palio c'era un ghiacciolo alla menta) giunse a San Marino passando per l'Acquaviva senza posare le mani sul manubrio. Correre in bici per Giorgio era quasi uno stato di natura. Si divertiva ad essere "corridore" la domenica per poi tornare al suo lavoro di "aiutante barista" al Caffè Marittimo nel Borgo Marina, in quanto lo sport per lui (come per tanti altri) era un diversivo, un passatempo ma la vita ed il lavoro erano un'altra cosa. Così accadde che in un pomeriggio dell'estate del 1961, mentre insieme percorrevamo le solite strade ci imbattemmo in un gruppetto di corridori veri. Ci accodammo. Quando fummo al Ponte di Verucchio, uno di questi, si trattava di Giuseppe Tonucci, un marchigiano che l'anno precedente aveva partecipato alle Olimpiadi di Roma, in malo modo ci invitò ad andarcene. Fu allora che Giorgio, gli disse: "Fai la voce grossa perché sei ben vestito ed hai una bellissima bici, ma sono sicuro che se andiamo su a Torriana ti stacco". Torriana era lì a due passi. Le parole furono molte e dalle parole si passò alla sfida vera e propria. Con Tonucci c'erano Barbieri e Sarti. Sebbene tutti costoro fossero professionisti vennero battuti da quel ragazzino che pesava tra sì e no cinquanta chili. Tutto finì lì. E' questa una storia in bianco e nero che si snoda in luoghi per me mitici frequentati dalla nostalgia. Chissà se Dodo si ricorda ancora quel pomeriggio di un'estate di tanti anni orsono? Smise presto di andare in bicicletta. Per un certo tempo si dedicò alle corse podistiche in seguito si specializzò nel costruire e nel far volare pascoliani aquiloni. Ho voluto ricordare questo vecchio amico perché nella mia immaginazione resta un piccolo eroe. E' passato tanto di quel tempo che posso permettermi anche di esagerare. La distanza da quelle vicende aiuta a guardarle riducendole esclusivamente a struggenti documenti del cuore.
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