L'uomo che cambiĆ² faccia al comune

Rimini - Notizie Borgo Sant'Andrea - mer 06 apr 2011
di Stefano Cicchetti

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Abitava in via Lavatoio e perse entrambi i genitori in un bombardamento
Fu lo scalpello di Salvatore Fanciaresi a dare forma al restauro del 1922-25

Sappiamo che palazzi comunali come li vediamo oggi si devono a Gaspare Rastelli, che fu incaricato delle opere di restauro e consolidamento dopo il terremoto del 1916. I lavori furono eseguiti fra il 1919 e il 1925. Seguendo la voga dell'epoca, si trattò di un restauro "creativo": accanto al recupero di originari elementi duecenteschi, i palazzi furono in gran parte ricostruiti di sana pianta, con tanto di merlatura ghibellina, ispirandosi soprattutto alle architetture medievali di Bologna e Piacenza.
La storia che nei testi ufficiali non si trova è quella delle persone che con le loro mani diedero corpo alle idee di Rastelli. Una di queste storie ce l'ha voluta raccontare Elena Wyssfrida, nata in Svizzera ma riminese da molti anni per aver sposato Febo Fanciaresi, divenendo così nuora di Salvatore, capomastro di Borgo Sant'Andrea: "Fu lui a rifare il Comune", spiega la signora mostrandoci le foto del "prima" e del "dopo".
Ma non solo. Fanciaresi di quel lavoro ha lasciato una sua personalissima cronaca, scritta in dialetto e in rima: la riproduciamo nella pagina con una nostra approssimativa traduzione che non rende le suggestioni della parlata riminese.
Salvatore Fanciaresi era nato il 14 gennaio del 1892 da Fortunato e Colomba Bianchi. Abitava nel Borgo Sant'Andrea, in via Lavatoio. Muratore figlio di muratore, nel 1915 fu richiamato per la guerra mondiale, che per lui significò anche una lunga prigionia in Ungheria sotto gli Austriaci.
Dopo i lavori ai palazzi comunali, Fanciaresi non fece né il restauratore né lo scultore. Continuò a sbarcare il lunario sulle armature, pur da capomastro. Ma lavoro ce n'era poco e si rassegnò ad emigrare in Abissinia. Vi si trovò talmente bene che vi restò 11 anni, nonostante una nuova prigionia, questa volta sotto gli Inglesi. Un suo fratello lo raggiunse, per poi trasferirsi in Sud Africa. Salvatore tornò invece a Rimini, anche se poco volentieri. I genitori erano morti entrambi il 28 dicembre 1943, sepolti dalle macerie in una cantina di via Montefeltro, dove si erano rifugiati durante un terribile bombardamento.
Insieme al figlio Febo, Salvatore mise in piedi una piccola impresa edile, che ebbe ancora alcuni incarichi di prestigio - i restauri della Cassa di Risparmio e del Palazzo Diotallevi - ma senza mai mettere da parte grandi ricchezze come tanti altri nel suo settore, soprattutto in quegli anni. Invece continuò a coltivare le sue passioni, il gusto del lavoro ben fatto, i versi in dialetto, il disegno.
Salvatore Fanciaresi morì il 13 gennaio 1981. "Magari solo una targhetta, per carità - suggerisce la signora Elena -forse la meriterebbe anche lui, sulle mura di quel comune che ha contribuito a restaurare".
Lo meriterebbe senza forse, gentile signora. Un gesto minimo che al sindaco, l'attuale o il prossimo, costerebbe davvero poco.

Dop poch temp fnid la guera
a'io tolt zo la mi cucera
i mi atrez da murador
e arciàp e mi lavor.
A m'arcord una mateina
l'era un fred i'era la breina
a lavureva sora un tet
en zerchervme l'architet
e Professor Rastelli.
L'ha fat dagli opereine si beli
l'era un om un po' burlon
ma e n'era un gren mincion.
Em dis "Buongiorno Fanciaresi"
"U i ne sempra dal sorpresi"
"Pot pasè un'ora dla zurneda
ho bsogn da fe' na ciacareda"
"Ho capì sor Professor
e sarà quis-cion d'lavor".
Dop finid la ciacareda
a em fat na pasigieda
as sem farmè te mez dla piaza
"Ho decis ad cambiè la faza
me palaz municipel
faroi ben o faroi mel"
"E scherzerà sor Professor
e saria un chep lavor"
"Vette i là chi finestrun
i ne stè mes isè de nost cumun
i sta i là da che quarentot
quant la dè che teremot
l'ha bot zo chesi curnisun
l'ha scardasè e palaz de nost cumun.
Tot i'ha ciap na gran pavura
i ha mes so chi finestrun
e i ha bluch grave; tot sla muradura.
Ec tot quel c'em da fe nun"
"Ho capì sor Professor
com erte fat pe ste lavor?"
E tira fura un gran ritrat
con so quel com l'ha des fat
una vecia oleografia
fata t'una stamperia
con dal traci ad talaragn
la geva avè zantnera d'an.
"Quest chi que sor Professor
un'è lavor da murador
ui vo un brev artesta
che sia enca specialista
l'ha da capì sor Professor
per un semple murador
l'è un lavor cl'e poc adat
e iè chesi ad dvantè mat"
"Ma va la nu avè pavura
che t'farè bela figura
a so sicur ad putem fidè
l'è per quest ca t'ho zirchè
i mi dis che fai cl'inzegn".
"Se avess un straz ad disegn
a putria ciapè impegn"
Enrtrem drinta te salon
l'ha tolt so un pez ‘d carboun
l'ha fat di archet con di bastun
"Quest l'è e palaz di nost cumun"
Alora me am so mes a rid.
"Nu fa miga l'invurnid
am so stof nu fam rabiè
e cminzemm a lavurè".
Per putem incuragè
a Bulegna u m'ha purtè
i era dri a restaurè
a San Stefni di finestrun
come quei de nost cumun.
Quant e fo prount tot l'armadura
a cminzemm a muntè sora
con mazeti e con scarpel
con do tre manuvel
a cminzemm a demulì
tot quel ch'i aveva splì
sota tota sta muradura.
A cminzemm a tirè fora
culunetti capitel
em ciapè tot i piò bel
un po' te mez e in ti cantun
i m'ha servì come campiun
e un'idea l'am so fata
com duveva es arfat.
Mes a perta la piò bona
tot e' schert scambied a Verona
che ad cla pietra u iè la cheva
e dla zenta molta breva.
Quand e fo prount e materiel
da par me e do manuvel
ho fissè la mi banchina
prezis com cl'era prima.
Un lavor fat a martlina
da la sera a la matina
a so ste tre an adiritura
graped so ma cl'armadura.
A so rest molt sudisfatt
l'è vnù prezis come e ritrat
che m'ha fat veda e Professor.
L'avnù fora un bel lavor.
Quand a pas te mez dla piaza
a so custret a vultè la faza
na per veda e mi lavor
ma us prova un po' ad rancor
pensand la bela gioventù
che oramai l'an torna piò.

 

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