L'azzurro non si misura con la mente
Armido Della Bartola ci ha lasciato a 92 anni
Sulla tavolozza, la bellezza e la fatica del mondo
Armido Della Bartola, il decano dei pittori riminesi, ha chiuso gli occhi. Da poco aveva compiuto 92 anni: fin quasi all'ultimo ha continuato a dipingere. Era nato a San Mauro nel 1919, ma dal ‘31 si era trasferito a Rimini, dove si era innamorato del mare, del suo azzurro riflesso nella luce glauca del cielo. Un pittore il cui talento "originario" si arricchiva della statura dell'uomo attento e partecipe alla vita vera delle persone, della città, polemico e critico quando lo reputava necessario. Ma sempre sfoderando l'arma dell'ironia, magari usando il dialetto come "lingua franca". Figlio di un calzolaio, con cui aveva collaborato nell'artigianato paziente del "fare a mano", e di una contadina della Torre, da cui veniva l'amore per il far crescere, come raccontano le sue viti e ulivi da cui traeva ottimi sangiovese e olio, nobilitando le bottiglie con etichette dipinte da lui. Che poi regalava agli amici: la generosità verso il prossimo è stata uno dei suoi tratti, dalla disponibilità all'ascolto e al racconto, al sostegno a iniziative benefiche. Come l'aver devoluto i ricavi della mostra "Mai più la guerra" all'Ospedale di Rimini. Ma se ne potrebbero citare tante. Nel dopoguerra Della Bartola era stato Capostazione a Savignano, aveva collaborato come disegnatore alla ricostruzione della stazione di Rimini, per poi lavorare per 18 anni alle Officine locomotive. Dipingere, una passione innata, un dàimon che si era rivelato da subito, dal "decorare" col carbone le pareti di una stanza all'asilo, dove le maestre pensavano di averlo messo in castigo. E durante la guerra, ha raccontato, se ne andava sul fiume a dipingere paesaggi. Il suo percorso artistico, in quasi settant'anni di attività e ricerca è passato dal realismo dai toni foschi del primo dopoguerra, che negli anni cinquanta conosce una breve stagione informale, a una rinnovata adesione al figurativo. Tanti i riconoscimenti per il suo lavoro, dall'apprezzamento di Giorgio De Chirico o Federico Fellini a quello ininterrotto del pubblico, che affollava le sue mostre, le numerose personali in Italia e all'estero. L'ultima, nel 2009, ne aveva festeggiato i novant'anni, con un'antologica a San Leo e al palazzo Mediceo: "Il colore fa novanta". Paesaggi, nature morte, pescatori, figure sacre ritratti sotto il segno della geometria severa di Cèzanne, con una cifra stilistica immediatamente riconoscibile. Sempre con lo sguardo aperto sulla realtà, nella capacità di coglierne paesaggi e personaggi, rappresentati con il tratto realistico della sua pennellata densa e materica e trasfigurati nel colore intenso, primario. Armido Della Bartola è riuscito a raccontare il tempo, con la sua tela che si faceva specchio della Storia e delle storie umili, quotidiane. Come quella dei "poveracciai" in cerca di sostentamento, curvi sulla riva del mare. L'opera in cui maggiormente si riconosceva: la fatica dell'uomo, in un paesaggio invernale gelido. Ma benedetto dalla luce.
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