Intervista a Gianmaria Testa
Il 28 marzo al Novelli "18.000 giorni - Il pitone"
La musica precaria della vita
Il 28 marzo al Teatro Novelli va in scena "18 mila giorni - il Pitone". A salire sul palco, Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, dietro le quinte la scrittura essenziale di Andrea Bajani e la regia visionaria di Alfonso Santagata. In platea, noi cinquantenni, nell'inverno della nostra precarietà di lavoro e vita, a specchiarci sulla scena. Gianmaria Testa, creatore di note e parole, che ha composto le canzoni inedite dello spettacolo, ne ha condiviso un po' con noi.
Gianmaria Testa, che spettacolo sarà?
«Non è un monologo né teatro canzone, ma teatro puro. Ho scritto le canzoni in empatia con Andrea Bajani, è stato un bell'incontro: lui ha una scrittura rapida, io sono lento. Mi ha aspettato e ci siamo influenzati a vicenda... sono in scena perché non volevamo canzoni registrate, Santagata mi ha affidato un ruolo quasi metafisico, da alter ego... d'altra parte lui saprebbe far recitare tutto... Giuseppe poi è un grande attore, capace di abitare dall'interno un testo, di rivelarne la sostanza con micromovimenti. Mi commuove ogni sera, mi fa ridere ogni sera. E' veramente una bellissima esperienza».
E' dal 2009 che non esce un tuo nuovo album...
«Ma uscirà quest'anno, con sette canzoni di "Il pitone" che registreremo a maggio. Il titolo sarà "18.000 giorni". Canzoni nate dai "sintomi" dei miei cinquant'anni... è naturale che passi il tempo, ma se lo conti in giorni ti accorgi di quanto siano pochi, in un secolo ce ne sono 36500, non 36 milioni... ogni giorno che ti rubano, che ti fanno vivere nell'indigenza, ogni giorno che noi sprechiamo è unico, importante».
"Da questa parte del mare", il tuo album del 2006 sui migranti, è intanto sempre più attuale...
«Purtroppo è la verità, speravo che le cose po' cambiassero ma invece è sempre peggio... »
Cosa ti spinge a scrivere?
«Una pulsione che non so definire... la prima canzone l'ho scritta a 13 anni, non saprei dire perché... mi sono detto che ognuno si industria a comunicare a sé quello che non riesce a dire solo con le parole... senza scomodare l'arte, è un bisogno di comunicazione».
Chi sono i tuoi "padri"?
«Ho avuto tre choc nella vita. A sei anni, nel coro della chiesa, ci hanno insegnato l'Ave Verum Corpus di Mozart. Non capivo il latino, ma cantavo questa cosa e mi saliva una commozione pazzesca, partiva dalla musica a prescindere dalle parole. Un altro choc, ravvicinato, è stato a un matrimonio, uno di quelli in cui tutti i miei si ritrovavano in un cortile intorno a una tavola, a cantare canzoni popolari... a 13 anni poi un mio amico con la chitarra mi ha fatto sentire "Il gorilla" di Brassens, tradotto da De Andrè. Ho capito che con le canzoni davvero si può dire di tutto. Se c'è stato un maestro cerimoniere per me è stato davvero De Andrè. Mi ha aperto le parole, spinto a dire delle cose ad ascoltare Brassens, Leonard Cohen...e poi, c'è il jazz.»
La musica cambia il mondo?
«No. Ma se togli Mozart o Bach cambia la storia della musica e mi verrebbe da dire che il mondo diventa un posto peggiore. E chi fa musica, come chiunque ha dell'audience, ha l'obbligo di un rapporto etico con le cose che fa. Non deve raccontare balle o fare le cose che piaceranno al pubblico, ma quelle che ha la necessità interiore di dire».
commenti
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.




