Il triste autunno del patriarca

RIMINI - Notizie satira - mer 23 mar 2011
di Nando Piccari

Voleva la guerra ai pm, tocca farla all'amico Gheddafi
Ma il guaio peggiore è decidere il candidato per Rimini

Anche chi non abbia mai particolarmente amato Berlusconi, a questo punto è tentato da un briciolo di compassione verso questo naufrago di se stesso che si dibatte per non essere sopraffatto dalle conseguenze della sua umana pochezza, unita all'inadeguatezza a governare; e che, per sopravvivere politicamente, è costretto a umiliarsi nel ruolo di amico fedele di quel che resta di Bossi, il quale lo tiene al guinzaglio, a far la guardia alla "roba" della Lega. 

"Sceso in campo" nel ‘94 col piglio del re leone, oggi si ritrova a chiudere la lunga parabola politica mostrando un cuor di coniglio che gli fa accettare ogni ricatto legaiolo: dall'anti-patriottismo pezzente che ha sminuito la dignità del Governo in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, alla plateale avversione a fermare il tiranno che in Libia sta massacrando il suo popolo (ma si sa che ovunque al mondo ci sia un cialtrone - Milosevic, Le Pen o Gheddafi che sia - i fans di Borghezio tifano per lui).
L'ultima dose di protervia rimastagli, la sta concentrando nella disperata corsa a sottrarsi alla giustizia; così, non essendo servite a molto le tante leggi ad personam, perché regolarmente in contrasto con la Costituzione, ha deciso di passare direttamente alla "Costituzione ad personam": una riforma "epocale" (anzi, eporcale) che, referendum permettendo, darà i suoi frutti solo fra qualche anno; ma a Lui va bene lo stesso, perché sogna di continuare nel suo "bunga bunga governativo" fino al 2033. Per questo deve finalmente mettere la Magistratura in condizioni di non nuocergli, sottomettere i PM agli Angiolini di domani e costringerli ad aspettare che ogni anno il Parlamento dica loro quali sono i prevedibili reati del Premier, sui quali naturalmente non potranno indagare.
Ma come se Berlusconi non avesse già abbastanza pene (nel senso di patimenti), ora gli arriva pure l'incombenza di dover dire l'ultima parola sul "candidato della libertà" a sindaco di Rimini. Giunti alla trecentesima puntata, questo è il riassunto della telenovela di cui, al momento in cui scrivo, non è ancora noto il finale: per la maggioranza del Pdl riminese il candidato ideale sarebbe stato Formica, mentre dai sondaggi risultava essere Renzi; un punto soltanto metteva d'accordo tutti: nessuno, a cominciare da lui, voleva candidare Lombardi. Ma in quel "partito federalista" decide Roma, dove vige la regola secondo cui "fra i due litiganti il terzo gode"; per cui il responso di Lupi e Gasparri non poteva che essere: "si candidi Lombardi". Al che Formica se n'è andato sbattendo la porta (come titola quel libro,"Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano"), mentre Lombardi, poveretto, è lì che si dispera temendo che Berlusconi lo possa "salvare" solo a patto di una candidatura alternativa che abbia 90-60-90 di misure e un bel paio di cosce. Altrimenti, dopo quelle al Parlamento e alla Provincia, gli toccherà l'ennesima "candidatura a perdere"; e vista la sua attitudine a candidarsi a tutto, teme che quel perfido di Renzi cominci a chiamarlo "Marco La Qualunque".

 

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