Il Risorgimento mai compiuto

RIMINI - Notizie opinioni - mer 23 mar 2011
di Giampaolo Proni

150 anni fra contraddizioni e autentici sentimenti
Se il Paese resta diviso un perché ci sarà

Oggi è stata la giornata del 150esimo anno dell'Unità d'Italia. L'ho passata per motivi famigliari percorrendo la Romagna da Rimini a Faenza e ritorno. Una delle aree storiche dei mazziniani e del Partito Repubblicano. Mia nonna mi raccontava che sua mamma le raccontava di quando i repubblicani (pericolosi estremisti) sparavano ai papalini dietro mucchi di neve. E di quando catturarono un gruppo di preti, tagliarono loro i codini (tipici dell'acconciatura del clero) e li appesero a ghirlanda di traverso al Corso spalmati di letame. La nonna, buona credente, diceva che il Signore li aveva puniti per questo. I repubblicani, ovviamente.
Da una parte questo centenario mi è piaciuto per la sua modestia, la celebrazione una volta tanto sottotono e senza gli sprechi delle Colombiadi e dell'Anno Santo. Certo però che uno Stato che spende di più per l'Anno Santo che per festeggiare la propria indipendenza la dice lunga! E c'era un governo di sinistra.
Però la gente più comune ha tirato fuori la sua bandiera, e quel poco che si è fatto è stato fatto in modo spontaneo.
Mi ha invece fatto veramente scuotere la testa vedere i militanti del PD, anche vecchi, manifestare con le bandiere tricolori. Perché un conto è che un partito che era comunista e internazionalista diventi democratico e socialdemocratico, ma che gli stessi attivisti e dirigenti che erano comunisti ora sventolino la bandiera nazionale a me fa un po' ridere. Ancora negli anni '70 se uno fosse andato a una manifestazione del PCI con il tricolore sarebbe stato preso per un fascista. Le bandiere tricolori le ostentavano i giovani del Fronte della Gioventù, e io stesso li ho sentiti con le orecchie che mamma mi ha fatto gridare "Italia! Italia!" prima di azzuffarsi con la sinistra extraparlamentare.
Ora i finiani (ex-fascisti) manifestano con gli ex-comunisti in un tripudio di tricolori. Tra la maggioranza, invece, per non irritare i leghisti, si deve tenere la bandiera bassa o nascosta.
E questo guazzabuglio tuttavia dice la verità: che di fatto l'Italia unita, dopo un secolo e mezzo, è ancora un progetto.
Il Paese è diviso e segmentato in aree diverse e lontane tra loro. I settentrionali hanno paura di andare in certe città del sud, come Napoli, quasi fosse una zona di guerra. Poche cose uniscono la nazione: il calcio (sempre meno), l'evasione fiscale, il vino e il caffé. Trasporti, economia, istruzione, sanità meridionali, terrorizzano gli italiani del nord. Anche i più anti-leghisti avrebbero paura ad essere ricoverati in uno di quegli ospedali dove si narra che rubino i cellulari ai moribondi e strappino i denti d'oro ai cadaveri, oltre a farti morire dissanguato in sala d'aspetto o a mettere i letti nei corridoi. Magari non è vero, ma sono le cose che la gente si dice in treno o nei bar.
Di contro, in Alto Adige ogni famiglia ha il bidone dei rifiuti con la chiave da diversi anni, ci sono le aree da pic nic pubbliche e affittabili, in Trentino danno le case popolari agli immigrati.
E' evidente che l'unità dell'Italia non è uguaglianza o uniformità. Di fatto siamo già un aggregato di diverse regioni, se non ancora una federazione. Non è tanto il razzismo, perché ne vedo veramente poco, oggi. Tantissime persone del sud vivono al nord e sono perfettamente integrate da tanto tempo. Ma quando parliamo insieme del sud, si dà per scontato che sono due paesi diversi. In certi posti 'giù' si paga il pizzo per aprire un negozio, il lavoro non c'è se non sei parente o amico o compare di qualcuno, ti rubano l'auto mentre fai la spesa. Ci sono i supermercati e la TV esattamente come qui, ma le scuole, l'università, la sanità, le strade, l'ordine pubblico, la politica, insomma tutto ciò che è Stato, è diverso. In Italia c'è più unità dei cittadini che unità dello Stato.
Quindi, possiamo di fatto dire che il progetto unitario è fallito. L'Italia è un territorio, non uno Stato con leggi e servizi uguali ovunque. Se ne parliamo dai tempi di Dante e non ci siamo ancora riusciti vorrà dire qualcosa. Prendere atto di questo sarebbe sicuramente una prova di realismo.
Sventolare le bandiere e ricordare Cavour, Garibaldi e il buon Re Galantuomo è sicuramente doveroso e commovente, amiamo l'Italia e cantiamo l'inno di Mameli, ma il progetto del Risorgimento non si è mai compiuto, e dopo un secolo e mezzo forse conviene ammetterlo e prendere un'altra strada. E' inutile, dopo tanto tempo, stare a discutere ancora sulle colpe e sui rimedi. Possiamo essere italiani tutti, perché di fatto lo siamo, pur abitando in regioni diverse che risolvono i loro problemi in modo diverso. E forse in questo modo all'unità ci arriveremo meglio.

 

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