Stefano Pivato racconta il suo ultimo saggio
"Il secolo del rumore. Il paesaggio sonoro del Novecento"
Abbassare il volume per ascoltare il mondo
Abele, o del silenzio agreste. Caino, o del frastuono tecnologico. Parte da lontano l'analisi critica di "Il secolo del rumore", l'ultimo libro di Stefano Pivato, Rettore dell'Università degli Studi di Urbino - dove insegna anche Storia contemporanea - appena uscito per le "Intersezioni" di il Mulino. Che indaga sull'asse rumore/silenzio ricostruendo il paesaggio sonoro che ci circonda, dal «secolo del silenzio» - l'Ottocento - fino a oggi, che «nulla accade ove non sia presente il rumore». Pagine necessarie per diventare consapevoli del rumore di fondo in cui siamo immersi. E della sordità etica che rischia di provocare. Ne parliamo con l'autore.
Prof. Stefano Pivato, nel suo saggio si va dal "lieto romore" di "Il sabato del villaggio" di Leopardi - "suoni di vita" oggi estinti come le lucciole pasoliniane - al rombo incessante e globale dei giorni nostri, che postula quasi una mutazione antropologica dell'uomo in uomo rumoroso. Quali i punti nodali di questa metamorfosi?
«Tutto parte della rivoluzione industriale. L'irrompere della locomotiva, il rumore della fabbrica, il rombo dell'automobile: sono solo alcuni dei rumori che squarciano i silenzi dell'Ottocento e aprono il nuovo secolo. Il Novecento è stato variamente definito: "secolo della violenza", "secolo breve"... credo possa essere definito anche come il secolo del rumore. Tutte le invenzioni che hanno cambiato profondamente la nostra vita hanno comportato certamente benessere. Ma anche molto rumore. Si tratta di un rumore di fondo che finisce per contaminare attività fino a pochi anni fa avvolte nel silenzio e nella compostezza. Pensiamo alla politica che è divenuta tutto un sovrapporsi di voci e di o proclami, di manifesti gridati, di slogan vocianti e di insulti reciproci. Un partito oggi, paradossalmente, esiste solo se "si fa sentire". Col risultato che il dibattito politico è divenuto un incessante rumore dove la vince chi fa udire più forte la voce.
Oppure pensiamo al giornalismo che è sempre più "gridato" deve sempre più "fare notizia" e dunque "rumore". Oppure riflettiamo sulla metamorfosi di uno strumento come quello televisivo: il rumore (vuoi attraverso l'applauso comandato o il sovrapporsi delle voci) è diventato esso stesso il "messaggio". Il rumore, in definitiva, come una nuova ideologia. Oggi la gerarchia dei valori di una contesa è sempre più determinata dal chiasso che viene messo in campo.»
Sulla scorta delle parole di Jaques Attali lei scrive: «Il mondo dunque non si guarda. Si ode. Non si legge. Si ascolta». Ma «il futuro promette solo sempre più rumore»: è possibile e come recuperare l'ascolto attivo del mondo?
«Sono molto pessimista in proposito. Credo rappresenti una pia illusione quella di recuperare antiche dimensioni silenziose. Possiamo, come di tanto in tanto ci invita a fare qualche guru col senso della provocazione, spegnere il televisore per qualche minuto. Oppure possiamo proclamare il silenzio stampa. O, ancora, isolarci in qualche eremo. Si tratta però di momenti di sospensione che durano lo spazio di un mattino. La realtà è quella di un rumore crescente con il quale conviviamo fin dalla nascita. Tutto il resto sono parentesi. Oggi, purtroppo, il rumore sembra divenuto una essenzialità del nostro vivere quotidiano. Di più, sembra essere parte costitutiva di un nuovo tipo antropologico. Forse è proprio per questo che siamo diventati "sordi".»
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