Ascoltare molto per scrivere meglio

RIMINI - Notizie opinioni - mer 09 mar 2011
di Giampaolo Proni

Per una volta niente prediche
I miei ventitre anni con Chiamami Città

Avere a disposizione queste righe su Chiamami Città è per me ormai un'abitudine. L'articolo più vecchio che trovo nelle budella del mio PC è del 1988. Ventitre anni fa, quando iniziava l'avventura di questa testata, guidata dall'amico Giuliano Ghirardelli.

Mi sembra impossibile ora pensare che per oltre vent'anni ho servito le mie parole ai riminesi. Ovviamente non ricordo tutto quello che ho scritto. Probabilmente se mi mettete di fronte una frase non la riconosco neppure. Il sentimento che provo è di paura: chissà quante contraddizioni tra le mie affermazioni. Chissà quanti errori! E certo, qualche pezzo buono lo avrò tirato fuori. Ma in questi giorni in cui una bufera aspra martella la Romagna, quello che provo è timore. Compiacersi per le proprie parole è forse l'unica soddisfazione per noi scribacchini, e non mi perdo mai il piacere di leggerle stampate appena il giornale mi arriva a casa. Ma se ci si limita a questo si è ben miseri scrittori. L'arte -si sa- è lunga, e la vita è breve, intendendo arte nel vero senso del termine, cioè artigianato. E apprendere la propria arte è cosa che non ha fine e dà sempre soddisfazione.
Pubblicare su un giornale, però, non è solo arte. E' un atto civile. Ogni volta mi chiedo: "Ma perché dovrebbero leggermi?". E di qui nasce quello che scrivo, dalla capacità di darmi una risposta. Sbaglierò, certamente, di frequente e molti lettori deposto il foglio si diranno: "Ma potevi andare a fare una passeggiata?" Tuttavia, mi hanno negli anni confortato tanti apprezzamenti, a volte persino eccessivi, perché chi ti approva ti approva con tutto il suo ardore, e chi ti disprezza altrettanto, quando si tratta di parole. In genere però ho creduto, se non di dire il giusto, di far pensare a un tema, anche in disaccordo, ma di far riflettere.
Sempre, cerco di dire qualcosa che non mi risulta altri abbiano detto. Qui c'è per forza una certa superbia, perché dire qualcosa di diverso rende più arduo dire qualcosa di migliore. D'altronde, ripetere e scimmiottare sarebbe offendere il mio lettore. Preferisco si commenti: "Ma che stupidaggini dice oggi il Proni!", piuttosto che ci veda una scopiazzatura di Riotta o di Panebianco o di Pansa o di chi volete. Meglio, e penso più onesto, rischiare. La provincia dà meno visibilità, ma non per questo deve meritare meno qualità. E francamente, i fondi delle grandi firme non sempre mi fanno sentire inferiore.
Le frasi che metto giù, ognuna la peso e la ripeso, mi figuro che uno dei miei concittadini, di quei tipi un po' scanzonati ma colti e soprattutto maliziosi, di parte politica del tutto avversa, me la contesti, e io che rispondo. E se passa, allora la butto giù. A volte, a voce o con una lettera, mi suscitano dei dubbi. E certo rileggendo qualche parola era eccessiva, un punto di vista troppo retorico, a volte mi lascio andare a sentimentalismi e luoghi comuni. Per questo quando posso parto da numeri. I numeri hanno molti difetti, ma non sono sentimentali.
Tante volte, me ne rendo conto, faccio un po' di predica. Questo è impegnativo. Perché se te la prendi con chi non si ferma ai passaggi pedonali, tu poi che fai? Investi le vecchiette? E così ho scoperto da un po' di anni che la scrittura e la vita sono legate. Legate strette. E poi, in una cittadina come Rimini, se tiri dritto sulle strisce qualcuno che ti conosce prima o poi ti vede. E vuoi che dicano che sei un falso o un furbacchione? A parte l'etica, che riguarda ognuno e se stesso, la coerenza è un valore sociale ed economico. E dunque, oltre a pesare frasi, peso anche comportamenti. Insomma, mi sono reso conto che in vent'anni la scrittura mi ha fatto diventare un po' moralista e un po' morale. E insomma, queste righe sono una responsabilità, verso i lettori, i colleghi della testata, l'editore. Avere uno spazio mediatico è una responsabilità. Certo, non è così per tutti. Per qualcuno è un lavoro svolto per conto di un padrone o di un credo o di un partito. Non mi scandalizzo più. Perché poi? Anche un commesso vende la merce del proprietario. Se qualcuno mi dicesse cosa scrivere (e mi pagasse adeguatamente) o se avessi un credo da diffondere, invece che pochi punti fermi e mutevoli, non mi sentirei responsabile. Come quando compilo i verbali degli esami. Non ho mica inventato io il modulo. Io invece penso che questo spazio me lo devo guadagnare, perché se io parlo e qualcuno mi ascolta, devo saper reggere il ruolo. E dunque devo prima ascoltare. Ascoltare è fondamentale per avere qualcosa da dire. Scrivere qui me lo ha fatto imparare. Se per due ore scrivo, per giorni ascolto, finché non sento una storia alla quale rispondere.
Ed ecco, le righe assegnate sono finite e per una volta ho parlato di me stesso. Beh, dopo vent'anni è anche giusto che ci conosciamo meglio... Dalla prossima ricominciamo con le prediche.

 

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