Il mister degli uomini veri

RIMINI - Notizie sport - mer 23 feb 2011
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Renato Lucchi, il cesenate che guidò il Rimini nei primi anni sessanta

Voglio ricordare un vecchio allenatore del Rimini: Renato Lucchi. Pur essendo cesenate, Lucchi ha dato tantissimo al calcio riminese dei primissimi anni sessanta. E' stata una lunga strada quella percorsa dal tecnico di Cesena. Forse in un voluminoso libro si potrebbe, in maniera approssimativa, raccontare i trionfi, gli insuccessi, le giornate esaltanti come quelle tristi e disperate. Per un'intera esistenza Lucchi, ha rimestato nel calderone della pedata, percorrendo tutte le stazioni di un'ideale via crucis, che lo ha portato dagli spelacchiati campi di provincia ai grandiosi palcoscenici della serie A.
Quando si mise al timone della derelitta navicella biancorossa (era l'inverno del 1960), in Romagna era già famoso. Un vero Capitan Fracassa, dal fisico possente e dalla mente pronta. Ha sempre saputo infondere, nell'animo dei suoi giocatori, un incredibile impeto agonistico. Lo accusavano, i soliti palati fini, di essere un "catenacciaro", di anteporre il risultato al bel gioco. Tutte balle. Il tecnico di Cesena, che per tre stagioni (anche se a più riprese) fu alla guida del Rimini, oltre ad essere un profondo conoscitore di uomini, era anche un tattico di prim'ordine. Sergio Gianni, che fu un suo giocatore, lo ricorda come un vero trascinatore: "Sapeva caricarti come nessun altro. Riusciva da noi tutti ad ottenere il massimo. Se la squadra che dovevamo affrontare era di gran lunga superiore alla nostra, prima che scendessimo in campo ci avvertiva: Adess l'è e mument ad smulé i chen! Quando, a partita finita, rientrati negli spogliatoi, vedeva uno di noi che non era disfatto dalla fatica, lo investiva a male parole: Chi un ha de tott l'è com cun epa de gnent! Amava gli atleti generosi; per Romano Scardovi, il formidabile centromediano di Castelbolognese, delirava al punto tale che allorquando allenava in serie A (credo si trattasse del Verona), allorché chiese a tutti gli allenatori di stilare la loro squadra ideale inserendo giocatori di tutti i tempi, Renato Lucchi, non esitò ad inserire Romano Scardovi, ponendo lo scrinito numero cinque romagnolo accanto a Pelè, Schiaffino, Di Stefano.
Sergio Lucchi (il terzino laureato, per anni capitano del Rimini), lo ricorda come un rinascimentale capitano di ventura. Una sorta di Colleoni con tanto di simbolo araldico in bella evidenza. Un Fanfulla che maneggiava con pari naturalezza la parola ed i pugni, non trattendosi dall'affibbiare sberle e pedate a tutti coloro che, a suo giudizio, si erano risparmiati o si erano mostrati pavidi. Nel ricordare Renato Lucchi, più della letteratura mi aiuta la storia plebea della nostra terra. Anche Lucchi, un giorno lontano, gettò via la vanga per infilarsi le scarpe bullonate. Nelle sue enormi mani, che intere generazioni di contadini avevano plasmato, i giocatori e gli stessi tifosi, si sentivano protetti e sicuri. Renato Lucchi ci lasciò nell'autunno del 2000. Vorrei che da di lui voce profonda, si alzasse ancora, per richiamare, tra un nuvolo di imprecazioni dialettali, giocatori presuntuosi, viziati ed odiosamente bizantineggianti. Per parte mia, ne sono convinto, il calcio è uno solo: quello che il mister cesenate prediligeva: un gioco praticato esclusivamente da uomini veri.

 

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