Carnevale, ogni fritto vale

RIMINI - Notizie il taccuino della tavola - mer 23 feb 2011

Tradizioni romagnole tra città e campagna
Quando a mezzanotte rintoccava la "lova" e iniziava la Quaresima

L'etimologia della parola Carnevale - in origine riservata al martedì grasso o lovo come si dice in Romagna - per i più viene dall'esortazione a carnem levare alla vigilia dell'astinenza quaresimale, e ne rafforza lo status di festa dell'eccesso rituale, anche a tavola. Del resto, tutta la settimana che precede il mercoledì delle Ceneri (popolarmente San Grugnon) era ab antiquo dedicata a ogni sorta di crapula: scrive il De Nardis (L'anno, in "La piè" 2, 1946): "La settimana lova, dal mercoledì della grassa all'ultimo dì del Carnevale stesso - cioè il martedì lovo, vigilia delle Ceneri - è un tempo pazzo e fragoroso. Nelle famiglie, a Carnevale, si mangiano le castagnole vuoi fritte nello strutto che cotte al forno, e la piada guernita dei ciccioli più sucosi. Le imbandigioni sono varie quanto mai. Il martedì lovo è il giorno in cui si dovrebbe mangiare sette volte addirittura". E degli sfrapàl, ciàcar castagnol e dolcetti fritti che prepariamo ancor oggi parla anche Eraldo Baldini. Carnevale nell'antica cultura agraria romagnola era una festa del ciclo invernale che celebra il passaggio dell'anno e la rigenerazione del tempo, attraverso la messa in scena del caos, del rovesciamento dei ruoli e l'abbondanza alimentare, che per magia imitativa doveva propiziare un ricco raccolto. Un "Capodanno" che, come tutti i periodi di passaggio, si caratterizzava come spazio aperto al ritorno dei defunti, custodi del riposo invernale del seme sotto la terra, che venivano impersonati dalle maschere e blanditi attraverso le "questue" alimentari. Come nella tradizione delle "Vecchie" che, col bastone e in camicia bianca, andavano di casa in casa, fra canti e componimenti scherzosi d'occasione, chiedendo "vino, pane, carne, ova e formaggio", come racconta il parroco dei Romiti di Forlì (Inchiesta napoleonica del 1811). O reclamavano è zezzal, i ciccioli, nella Valle del Savio. Per poi gridare "Ca bona par la povra veccia, jò jò" se i doni ricevuti erano abbondanti, o "Ca bruzeda, jò jò" se il frutto era scarso, aggiunge il Placucci. E in città, a Rimini? I resoconti dei cronisti dell'Ottocento, come Filippo Giangi, tralasciano gli usi plebei e riportano gli appuntamenti di Carnevale della borghesia agiata. Inaugurati dal Bando della maschera, avevano il loro centro nel Casino civico, con la Passeggiata delle maschere e i balli, e si chiudevano col corso delle carrozze e il veglione mascherato presso il Teatro Vittorio Emanuele. Durante il quale si consumava una grande quantità di "pasticci" - tra i più rinomati quelli del Caffè dei Nobili in piazza Cavour - un termine che definiva svariate preparazioni, dai patè di carne al timballo avvolto da pasta sfoglia. Robuste delicatessen del 1800, come non se ne fanno più. Consoliamoci con la ricetta della Piada del martedì grasso che ci propone "E' Magnè" (Panozzo). Ingredienti: kg 1 farina da fiore; 2 uova; 70 gr strutto; buccia di limone grattugiata; 2 cucchiai di latte tiepido; gr 5 bicarbonato; sale q. b.; 150 gr zucchero o miele. Impastare e cuocere sul testo arroventato sulla brace del camino, servire con fette di salame fresco cotto alla brace o frittata con salsiccia.

 

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