Intervista a Elena Bucci
"Regina la paura"
Dalla scena, talismani e antidoti
In scena, un albero contorto, metallico, luci e ombre che riverberano spettri. A dare corpo e parole al regno in cui abitiamo tutti, dove è "Regina la paura", l'intensa presenza di Elena Bucci. Attrice, drammaturga e regista, una delle rarissime in Italia.
Elena, lo spettacolo viene da un lungo percorso...
«Non ci sono materiali che mi porto dietro, non riesco a ripetere il già fatto. Tutte le volte torno a metterci le mani, a modificare, trasformare... Quello attraverso la paura è un mio viaggio che dura da tanto, inquietante e affascinante. Che nasce poi da ciò che succede nel mondo, dal voler essere in contatto con la realtà. Dal sentire che invece è diffuso un non voler vedere, una forma di negazione. Sono partita dal diario di Ermellina Drei, una bibliotecaria che ha attraversato la storia difficile del Novecento costruendo forme di resistenza, capace di dire no. E questo coraggio bisogna averlo anche adesso, che sembra che le costrizioni non siano così evidenti».
Dei tuoi spettacoli sei anche regista...
«È una gran fatica trovare riconoscimento, spesso sono costretta a puntualizzare. Quello del regista è un ruolo "tecnico", ma anche una presa di responsabilità, un assumersi le difficoltà sino in fondo... io sono una ribelle nell'anima ma mi piace costruire compagnie, e questa mancanza di legittimazione un po' brucia dentro perché è giusto dare a ognuno il suo spazio».
In "Regina la paura" usi un linguaggio polifonico, anche solo di suoni...
«In un periodo di grande squilibrio come questo forse ci vuole un piccolo squilibrio da un'altra parte, le parole sono sfinite... e quando le parole non significano più, tocca reinventare un vocabolario. Qualche scrittore di calibro ce la fa, ma a teatro è proprio una questione di carne e sangue, è un'arte che permette meno menzogna. Il pubblico è tornato a essere curioso, troviamo sempre i teatri pieni. Può essere un inizio».
Come far resistenza alla paura?
«È come se avessimo una velatura dello sguardo: vediamo tutto filtrato attraverso tante cose, sembriamo avere un gran potere di controllare la realtà e invece ne siamo controllati. C'è da allenarsi a riconquistare la nitidezza, esser lì, esser presenti in quel momento, sempre. Una filosofia orientale ma anche contadina, semplice».
Quanto ha inciso nella tua formazione Leo De Berardinis?
«Leo quando coglieva un talento lo accoglieva: dava la tecnica senza far perdere la libertà, intravedeva la tua possibilità ma poi ti lasciava andare... Anche le prove con lui erano spettacoli, un lavoro di un'intensità pazzesca, una sfida quotidiana, con compagni straordinari...»
Progetti?
«Proseguire "La città del sonno", un'esperienza ricca per noi e per il pubblico: adesso ci vuole un sostegno, che va trovato. Per la "Rilettura dei classici", il prossimo mi piacerebbe fosse Cechov, ma è una grande produzione difficile da sostenere, oppure la tragedia greca, e penso ad Antigone. E poi sogno di lavorare sulla vita di una zingara di origine slovacca, "Bambola", uno scrigno della cultura, delle favole della sua gente che per averle fatte conoscere fuori dal suo mondo si ritrova cacciata via, esule apolide...voli verso il divenire cittadino del mondo, invece...»
commenti
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.




