Carta canta, politica dorme

RIMINI - Notizie primo piano - mer 23 feb 2011
di Stefano Cicchetti

Kafka for president

Tasse e burocrazia, tante promesse ma tutto resta com'è

Qualcuno entrando in un bar ha mai consultato la "riproduzione degli articoli 96, 97, 101 TULPS e 173, 176 e 186 del Reg. di Esecuzione del TULPS"? La quale, attenzione, è distinta dal "Cartello con l'Estratto degli articoli del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS)".
Eppure sono solo due dei trenta documenti che vanno esposti nei pubblici esercizi, pena relative sanzioni. La documentazione necessaria al gestore non finisce naturalmente qui, resta un'altra paccata di carta che va sì posseduta, ma non occorre esporla.
Tutta - o quasi - questa pletora di burocrazia nasce da un motivo fondato. Eppure la farragine che ne risulta meriterebbe la penna di un Kafka. Per esempio, alla materia dei giochi sono dedicati ben tre distinti atti da incorniciare: la Tabella dei giochi proibiti, rilasciata dal Comune; l'eventuale "denuncia per giochi leciti: gioco delle carte, biliardo, calcetto, ping-pong, ecc." (ma se sono leciti, perché occorre denunciarli?); mentre nella sala biliardo "deve essere esposto in modo visibile il costo della singola partita ovvero quello orario".
E ancora: l'autorizzazione comunale "all'esposizione delle eventuali insegne e tende" reclama un suo papiro ben in vista, distinto però da quello recante "l'autorizzazione all'occupazione di suolo pubblico per tavolini, sedie, ombrelloni ecc"; eppure l'ente che rilascia queste autorizzazioni egrave; sempre lo stesso, il Comune. Invece, la licenza per avere internet bisogna richiederla al Questore.
Ma gli esercenti non possono certo lamentarsi. Un'attività artigiana per poter lavorare ha bisogno di oltre cento fra permessi, licenze, autorizzazioni, denunce. Ciascuno con un suo iter e i relativi tempi per assolverlo. Gli sportelli unici dovevano per lo meno evitare la via crucis da un ufficio all'altro. Ma anche dove gli sportelli funzionano, la mole di carta, timbri e carta bollata è sempre la stessa.
La rabbia di chi si mette in proprio nasce anche da qui, da uno Stato visto come il peggior nemico, capace solo di seminare trabocchetti dove prima o poi sarà inevitabile cadere. Perché fare troppe leggi non significa, come spesso si dice, non applicarne nessuna. E' molto peggio: significa che solo pochi sfortunati pagheranno per un'inevitabile illegalità generalizzata. Mentre tutti pagheranno per l'altrettanto inevitabile corruzione.
Di contro, c'è la rabbia dei lavoratori dipendenti, che contrariamente agli autonomi non hanno modo di sfuggire alle tasse.
La sommatoria di queste collere produce la più profonda sfiducia, per usare un eufemismo, verso la cosa pubblica. Partiti e pubblica amministrazione, Stato e governo vengono avvertiti come un entità unica e ostile, capace solo di proteggere i privilegi di pochi a danno dei più.
La politica ha perciò due strade: può continuare a issare le rispettive bandiere di appartenenza, pescando quel residuo consenso che le basti per tirare a campare. Naturalmente c'è un prezzo da pagare: in termini di accidiosi conflitti sociali, marchiane ingiustizie e inevitabile declino di un'Italia già ai margini del mondo che conta.
L'altra via è che la politica, invece di rappresentare il problema, dia delle soluzioni: il che sarebbe né più né meno il suo mestiere.

 

 

 

 

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