Intervista a Lella Costa
Basta traviate e magoni, è ora di darsi delle "Arie"...
Al Petrella di Longiano l'anteprima nazionale del nuovo spettacolo
Sembra di conoscerla, la grande Lella Costa... al telefono la sua voce è quella femminile e singolare che tante volte a teatro ci ha regalato motivi per sorridere e indignarci. Ma ti sorprende lo stesso con l'eleganza raffinata del pensiero, che inanella profondità e paradossi del nostro vivere, e il calore della sua ironia... l'11 e 12 febbraio al Teatro Petrella di Longiano debutterà il suo nuovo spettacolo, "Arie", un recital in cui respira la sua anima musicale...
Lella Costa, com'è nato "Arie"?
«L'occasione è stata aver ricevuto il Premio "Una vita per la musica": io non canto e non suono, ma la musica è sempre presente nei miei spettacoli, come colonna sonora, attenzione ai ritmi, ai silenzi... Io penso ai copioni come a degli spartiti: la scrittura scenica ha molto a che fare con la musica. "Arie" è una produzione sobria, minimale ma molto curata, un'antologia di pezzi scelti dai miei spettacoli che diventano arie d'opera, madrigali. Con una piccola chicca del grande trombettista Paolo Fresu, "Passavamo sulla terra leggeri", una pagina di Sergio Atzeni di cui eseguirò dal vivo la parte parlata.»
Da "Precise parole" in poi ci ha regalato splendide letture dei classici: come nascono le sue partiture?
«Io cerco di appropriarmi del testo, delle infinite riletture che ne sono state fatte, poetiche musicali, critiche, di trovare la chiave della narrazione e capire cosa voglio raccontare, rivelando i lati più in ombra, legando il testo al racconto dell'oggi... Io mi incanto quando scopro gli universi dei classici, e cerco di condividerli con il pubblico, soprattutto i giovani... con intento pedagogico leggero, restando dalla parte degli spettatori: dove riesco meglio è nello spettacolo dal vivo, la relazione col pubblico vero è per me fondamentale.»
In "Traviata" raccontava di donne perdute che conservavano "l'intelligenza del cuore". Adesso?
«Dopo la svolta spaventosa delle vicende di quest'anno sono stata tentata di riprenderla, "Traviata", per il crescendo di spudoratezza... in "Arie" di quello spettacolo ripropongo il "Recitativo" di De Andrè, l'atto d'accusa in cui chiedo un'assunzione di responsabilità rispetto alla prostituzione alle varie categorie maschili. Si potrebbe pensare che l'abbia scritta adesso, ed era il 2002. Nella mia "Traviata" il personaggio più sordido e terribile, Germont, lo chiamavo già Papi... e poi uno dice che l'arte imita la vita.»
Che Italia incontra nelle sue tournèe?
«Quella che non viene raccontata dalla grande comunicazione. Se la TV ha una colpa grave non è quella dei programmi, ma il non tener conto dell'altra Italia, ricca, variegata e complessa che non ha voce né visibilità. Dappertutto incontro persone che si sentono isolate, non rappresentate, nemmeno dalla politica... il modo di narrare mio, di Paolini e d'altri dà voce alle tante realtà che finiamo per rappresentare solo noi guitti...»
...e quali i magoni delle donne oggi?
«Grande è il magone per l'ostinazione a non utilizzare gli infiniti talenti delle donne per modificare un mondo che gli uomini hanno gestito come vediamo. Lasciate fare a noi, direi, che far peggio è davvero difficile... magoni sono i ruoli subalterni, vecchi, le madri che vedono figlie che praticano lo scambio di sé e lo giustificano dicendo che è il mercato... magone è aver permesso che ai giovani succedesse questo... d'altra parte il futuro non c'è, il talento non viene valorizzato, come chiedere loro di non essere cinici?»
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