Sei mamma? Niente carriera

RIMINI - Notizie primo piano - mer 09 feb 2011
di Stefano Cicchetti

Pari opportunità, fra il dire e il fare
Le discriminazioni non sono solo odiose ma frenano anche lo sviluppo

"L'Europa aveva fissato come obiettivo per tutti i Paesi membri, un tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010", ricorda Primo Silvestri nel suo blog. Difficile che Rimini ce la faccia: nel 2009 ci eravamo fermati al 57,5%, ultimi in regione; la media dell'EmiliaRomagna è del 61,5. "E il tasso di disoccupazione femminile - aggiunge Silvestri- da noi è al 10%, il doppio della media regionale". A consolazione, siamo la seconda regione italiana dove le donne lavorano di più, dietro al solo Trentino Alto Adige. Ma secondo gli ultimi dati Istat la media di tutta la Penisola precipita al 46,4%: in Europa fa peggio di noi solo Malta.
Ma anche le donne che un lavoro ce l'hanno, quanto godono delle conclamate "pari opportunità"?
Una storia esemplare è quella di Sonia M., che ci scrive: "Da Rimini sono andata a studiare ingegneria al Politecnico di Milano. Dopo la laurea non ho avuto difficoltà a trovare lavoro in quella città. Da qualche anno sono alle dipendenze di una multinazionale. Si lavora duramente, ma fra grandi progetti, orizzonti internazionali e anche un profilo etico molto alto. Si pratica una formazione accurata anche sotto questo aspetto, con tanto di videoconferenze con gli Usa. Tutto bene dunque. Finché il capo del personale mi convoca per un discorsetto. In pratica, sono tutti soddisfatti di me al punto di prospettarmi un'allettante carriera dirigenziale. Però, considerati gli obiettivi del gruppo e la fiducia che ripone in me, ci si attende il mio impegno assoluto almeno fino al 2012... Non comprendendo, chiedo se il mio impegno non è sufficiente. Ed ecco la sostanza: almeno fino al 2012 niente figli. Altrimenti, niente ruoli dirigenziali. Ho 37 anni e in effetti avevo accennato al mio desiderio di maternità. Ora devo affrontare la scelta fra un bambino e la carriera. Ma perché? Un uomo non viene messo di fronte a questi aut aut. Non viene avvertito di stare attento quando gioca a calcetto, perché se si fa male e resta fermo cinque mesi, quanto dura il periodo di assenza per maternità, non potrà fare il dirigente. Naturalmente potrei ignorare l'avvertimento e andare allo scontro, fare causa. Forse sarei anche risarcita. Ma la mia carriera per la quale fin qui ho fatto tanti sacrifici? In questa società non potrei certo restare. E quante altre mi accoglierebbero, con un tale conflitto nel curriculum?".
E questo succede a una donna "fortunata", una professionista. Figuriamoci le altre. E tralasciamo le carenze del welfare, degli asili nido.
Ora, per un attimo facciamo finta che il diritto delle donne a lavorare e a essere trattate come i maschi non sia il più elementare e sacrosanto. Proviamo a essere "pratici": quanto ci conviene restare aggrappati a questi pregiudizi? Ci possiamo davvero permettere di fare meno del lavoro, dell'intelligenza, della creatività, dell'iniziativa di un quarto della popolazione, penalizzandone inoltre un altro quarto? Cosa penseremmo se la nazionale di calcio scendesse di proposito in campo con sei giocatori? Per giunta obbligandone due, magari selezionati per quanto sono belli, a non superare mai la metà campo? Eppure è proprio in questa condizione che ci poniamo rispetto alla famosa competizione globale, continuando a considerare le pari opportunità un argomento da anime belle, un lusso da salotto radical-chic. Tanto per cambiare, continuiamo a farci male da soli: ci aggrappiamo a una arretratezza non solo vergognosa, ma anche stupidamente autolesionistica.

 

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