L'avventura di Filippo Ciotti da Gemmano

GEMMANO - Notizie sport - mer 26 gen 2011
di Matteo Ortalli

Sognare la Parigi - Dakar... e vincerla
Primo nella classifica speciale Maratahon con una moto preparata dagli studenti dell'Alberti

A volte i sogni si realizzano nel modo più semplice e inaspettato, in un momento in cui magari li avevi accantonati, e questo li rende ancora più magici. Filippo Ciotti, 31enne di Gemmano, da una vita appassionato di moto e da 7 anni pilota di moto rally, ci aveva confidato in un'intervista del 2009 di avere come sogno della vita la partecipazione alla Parigi - Dakar, la gara principe della sua disciplina. Un paio di mesi fa di ritorno da un viaggio di relax alle Maldive gli arriva una telefonata: "Si è infortunato il nostro pilota, vuoi correre la Parigi - Dakar?". La logica vuole che una persona si prenda del tempo, almeno un giorno, per valutare e capire soprattutto se lo stato fisico sia adeguato per affrontare la corsa più massacrante al mondo senza una preparazione alle spalle a soli trenta giorni dall'inizio della gara. Per Filippo non è stato così, come ci confessa al ritorno dall'esperienza più emozionante della sua vita.
Quanto tempo ti sei preso per decidere?
«Un paio di secondi, il tempo di dire sì, non mi interessava come, dove, con chi, l'importante era esserci. Non avevo mai visto la moto (una spagnola Rieju 450 del team riminese Legend rally affinata dal prof. Massari con i suoi ragazzi dell'Istituto Alberti, in particolare le classi 5C, 4C e 5G) e chiaramente non ero fisicamente pronto per affrontare un'avventura del genere così mi sono fatto un mese di preparazione intensiva con sveglia alle sei del mattino e alimentazione controllata».
Con quale obiettivo sei partito per l'Argentina?
«Finire la gara mi sembrava già un'impresa e lottare per la Marathon (è la classifica speciale per i veicoli che utilizzano un solo motore per le 15 tappe, gli altri ne hanno tre a disposizione ndr) ».
Viste le premesse e gli obiettivi non è andata poi così male...
«Sono arrivato fino in fondo (quasi la metà dei partecipanti si è ritirata ndr) classificandomi 58°, primo tra gli italiani, e primo nella Marathon, un vero successo per me e per il team».
I racconti e le leggende sulla Dakar si sprecano. Raccontaci la giornata tipo.
«Sveglia intorno alle 3 e colazione con spaghetti, visto che è l'unico pasto della giornata. Verso le 4 i trasferimenti, poi le prove speciali cronometrate per un totale di 12/13 ore sulla moto. Di sera si dormiva (o si provava dato la confusione dei meccanici) in tenda».
Cosa ti ha colpito di più?
«E' necessario fare un elenco: i paesaggi stupendi tra deserti, montagne, miniere, il calore della gente lungo i tracciati, il pressing psicologico dell'organizzazione, la solidarietà tra i piloti in gara, l'accoglienza dei miei compaesani a Gemmano che hanno seguito sempre la gara su Eurosprt».
In gara è più importante andare forte o sapersi orientare?
«Orientarsi è fondamentale e complicatissimo. Tutti i partecipanti hanno un Road Book e un Gps speciale che indica i punti di passaggio, ma sbagliare è un attimo e magari te ne accorgi solo chilometri dopo. Certo, anche dare gas ha la sua importanza (la media è dei 130km/h), io per esempio ero partito un po' troppo "carico", due belle "botte" nei primi giorni mi hanno un po' calmato».
Ora che sei diventato un Dakariano non smetterai più?
«Quando sei lì, soprattutto agli ultimi giorni pensi "chi me l'ha fatto fare", poi torni a casa e non vedi l'ora di ripartire. La Dakar ha un qualcosa di magico che ti prende e non ti lascia più, quindi spero di ripetere l'esperienza, magari già nel 2012».

 

 

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