Intervista a Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi
"Caino", nostro fratello d'ombra
Il 13 gennaio la prima assoluta a Moncalieri
Saranno le Fonderie Limone di Moncalieri a ospitare il debutto di "Caino" del Teatro Valdoca, dopo una gestazione durata due anni. Un raro evento teatrale, che con coraggio si interroga sull'umano, diretto al nostro cuore. La regia è di Cesare Ronconi, i versi, inediti, di Mariangela Gualtieri. In scena, con lei, Danio Manfredini, Raffaella Giordano e Leonardo Delogu, con un Coro di giovani attori-danzatori. Per questo alto viaggio, un viatico di parole.
Mariangela Gualtieri, da quali incontri è nato "Caino"?
«Gli incontri sono stati davvero tanti, perché tanti sono i temi che ho dovuto attraversare: quella pagina di Genesi apre a tante tematiche che vanno indagate, anche se la maggior parte le ho poi accantonate. Il primo incontro è stato con la Bibbia, in particolare col Pentateuco. Poi mi sono avvicinata a vari filosofi, teologi, psicoanalisti, poeti. I più frequentati sono stati René Girard, Raimon Panikkar, Annick De Souzenelle, Platone, Umberto Galimberti, Luigi Zoja, James Hillman. Ma direi che gli incontri decisivi, intendo quelli più fatali, entusiasmanti e dirompenti, sono avvenuti verso la fine: il primo con Nelly Sachs, grande poeta e drammaturga che mi è parso abbia gli esatti colori e paesaggi di questo Caino. Poi il libro del Zohar, o Libro dello Splendore della tradizione ebraica, il cuore delle dottrine cabalistiche medievali, un testo abbagliante per luminosità e mistero.»
Cesare Ronconi, qual è la partitura scenica dell'opera?
«La messa in scena "oracolare" del Caino è l'evento centrale del mio lavoro artistico negli ultimi due anni. È un viaggio nell'ombra e nel buio, dentro la bellissima cella che il lavoro di vari anni ha eretto. La mia ombra e quella dei compagni di lavoro si proiettano sulle pareti della prigione con la forza delle incisioni rupestri e dei geroglifici. È necessario non spaventarsi della loro apparente incoerenza, c'è al contrario una coerenza intrinseca che emerge lentamente come alla fine di un "delirio" nel passaggio dal sogno alla realtà, nello spazio ambiguo della veglia. Per vederlo completamente è necessario chiudere gli occhi ed entrare nel volto globale della scena, senza timore di essere inghiottiti.»
Danio Manfredini era Parsifal nel ‘99. Adesso, è Caino. Quale campo di energia tra le due figure? Chi è, Caino?
Mariangela: «Mentre Parsifal si caratterizzava come "puro e folle", forse Caino sta dalla parte opposta: per niente folle ma anzi lucidissimo, attivo, razionale, fattivo, e per niente puro, piuttosto gravato da un delitto incancellabile e credo, per lui stesso, indimenticabile. Il Caino di Danio sta quasi alla fine di Caino, in un punto di maturità da cui si può guardare senza timore il passato e anche avere pietà di se stessi e del proprio limite. Del resto una figura tutta al negativo sarebbe stata troppo irreale e semplificante. Bene e male sono sempre intrecciati e forse in questo sta l'avventura del vivere.»
Cesare: «C'è anche una strana ombratura nell'interpretazione di Danio Manfredini: pare quasi che Caino non riesca a morire, non riesca ad uscire dalla vita. E così da un lato c'è qualcosa di epigonale, come uno sguardo all'indietro e il nascere della pietà in questa figura troppo spesso stereotipata al negativo, dall'altro una sorta di condanna, legata forse al misterioso segno che il Dio biblico fa su Caino perché nessuno alzi la mano su di lui. Ecco, forse quello strano segno ha a che fare con l'impossibilità di morire, quasi una condanna a vivere dentro ogni uomo attraversando le generazioni.»
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