Il giorno di Baldini e dell'andrugolo

RIMINI - Notizie sport - mer 15 dic 2010
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Inseguire l'amore fino ai Mandrioli e incontrare il campione del mondo

Chissà perchè, quel 1961, con la vittoria di Arnaldo Pambianco al Giro d'Italia, ci apparve come l'anno della riscossa. Parlo di noi ragazzi delle case popolari che ancora, anacronisticamente, riuscivamo ad infiammarci per il ciclismo. Il 1958, aveva segnato l'apice della carriera di Ercole Baldini. Aveva vinto il Giro ma soprattutto a Reims, il 31 agosto, dopo 277 chilometri aveva letteralmente stracciato tutti gli avversari conquistando il titolo di campione del mondo. Quella pliocenica trasmissione televisiva mi è rimasta impressa nella retina. Fu come ubriacarmi. L'indomani piansi leggendo la mielata prosa di quel "commosso viaggiatore" che era Bruno Raschi. Poi era morto Coppi. Sembrò allora che le nostre giovanili illusioni fossero finite. L'adolescenza ci rendeva spauriti, pieni di risentimento per un mondo che, per la prima volta, si mostrava difficile, complicato, esigente. Pareva che all'improvviso, sulla nostra anima si fosse come formato un deposito di tristezza tra il flebile tremolio di sogni semidimenticati, passioni malcerte, vorace voglia di ribellione.
Coppi rimaneva l'ultimo eroe e la sua immagine mesta era conservata con religiosa devozione nel nostro album di figurine. Noi, che allora eravamo magri, magri, i capelli pieni di brillantina, il volto devastato dall'acne, cercavamo di atteggiarci a duri tentando di imitare di volta in volta James Dean o Robert Mitchum, ed intanto, subissati da problemi di ogni genere scoprivamo i nostri primi pruriti adolescenziali.
Erano due ragazzine. Titti e Lella i loro nomi. Pallide entrambe, educate e scostanti nei loro modesti vestiti di cotonina con le maniche a sbuffo e i ridicoli calzettini bianchi sui quali brillavano lucide scarpette "alla bebè". Con le rispettive famiglie si erano recate in villeggiatura, per tutto il mese di settembre, a Badia Prataglia. Dovemmo sentirci coraggiosi ed audaci come antichi cavalieri, quando, sul far del giorno, Glauco ed io, partimmo in bicicletta risoluti a compiere questo, per noi, temerario e misterioso viaggio. La via Emilia la percorremmo nel freddo pungente del mattino e così dai frutteti e dalle vigne delle note colline cesenati ci trovammo in paesi di cui ignoravamo i nomi. Lentamente ci inerpicammo, utilizzando il minimo rapporto a nostra disposizione, lungo i tornanti che portano ai 1173 metri del Passo dei Mandrioli.
Mancavano pochi chilometri al valico, quando ci raggiunse un corridore che indossava la gialla maglia della Ignis. Possente, assiso sulla sella in maniera composta, Ercole Baldini saliva tra rivoli di sudore. Con un sorriso dolce velato di tristezza si mise al nostro fianco. Ci chiese da dove venissimo. Ci fece coraggio. "Forza, che ormai ce l'avete fatta! La salita è finita." Noi, in silenzio, gli pedalavamo accanto. Cosa ci importava se non vinceva più? Quello che contava in quel momento, era essere con lui. Baldini che ci parlava, ci dava consigli, scalava i Mandrioli in nostra compagnia! In cima ci salutò. Si deterse il sudore e pennellando le curve si inabissò sparendo lungo la discesa. I tetti e i campanili di Badia erano visibili tra le conifere che facevano ala alla nostra picchiata, quando d'improvviso, nel limpido cielo settembrino, udimmo il suono delle campane.
Fu come svegliarsi da un sogno dal quale non si vuole uscire. Il tumulto, provocato dalle emozioni di quell'incontro, era violento e turbinoso come lo scontro di monsoni. Cercammo l'abitazione delle ragazze. Faticammo non poco a trovarla. Ci dissero, i padroni di casa, parlando da dietro un arrugginito cancello, che i "signori villeggianti" si erano recati a Camandoli e che sarebbero rientrati soltanto a sera. Riprendemmo la strada del ritorno con nel cuore un senso di profonda inutilità. Presso un lacrimoso fontanile di pietra, respirando l'odore dolciastro e nauseabondo delle foglie in decomposizione, all'ombra di alberi secolari, mangiammo il nostro pane con l'"andrugolo". Questo insaccato povero che Guglielmo Pini (Mino), il padre di Glauco, antico macellaio del Borgo S.Andrea, confezionava con perizia e di cui oggi se ne è persa addirittura la memoria. Mai, fino ad allora, avevo percorso più di duecento chilometri. Con rassegnazione ci ponemmo in sella. Un sanguinolento tramonto ci accolse allorché rientrammo sfiniti nella nostra vecchia città. Forse i primi a stupirci, fummo proprio noi, ma non avevamo nessuna voglia di fare partecipi altri di quella nostra straordinaria esperienza. Ogni tanto, nelle nostre, sempre più rare uscite, capita che accidentalmente, un particolare ci faccia ricordare quella ormai remota avventura. Sorridiamo, con tristezza, Glauco ed io. Baldini è un corpulento, aristocratico signore che non pedala più neanche per diporto. Chissà che fine avranno fatto quelle due ragazzine?

 

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