Un anno da ricordare

RIMINI - Notizie primo piano - mer 15 dic 2010
di Stefano Cicchetti

E ora le scelte toccano a noi
Dal 2010 lezioni severe ma utili per non ripetere gli errori

Un anno da dimenticare o da r icordare? Nel 2010 a Rimini e dintorni abbiamo avuto: tre banche commissariate, compresa la maggiore; la Fondazione Fellini a un passo dal crack; il palacongressi di Rimini finito e non inaugurato; quello di Riccione sommerso di debiti; il Grand Hotel di Rimini che rischia di divenire stagionale, la Rimini Calcio scomparsa. E poi i soliti "di là da venire" che restano tali: metrò di costa, teatro Galli, stadio di Rimini, Murri e Novarese, darsena di Bellaria, solo per stare alle partite più corpose. L'unica realtà che sembra farcela è quella che fino a poco tempo fa veniva data con un piede nella fossa: Aeradria, ormai passata dalla difesa all'attacco. "Mi hanno dato da allenare l'Atalanta", confessava il presidente Massimo Masini al momento della sua nomina all'aeroporto; ora magari non si starà giocando la Coppa del Mondo come la sua amata Inter, ma di retrocessione non gliene parla più nessuno.
Dunque ce lo buttiamo alle spalle quest'anno disgraziato? Forse è meglio di no Sarà più utile tenerselo bene a mente, questo 2010 così avaro di soddisfazioni. Per imparare una buona volta dagli errori e darsi una mossa per non ripeterli. Aspettare che le cose si risolvano da sé, attendere una miracolistica "ripresa" guidata da altri - "la locomotiva tedesca", "il gigante cinese" o l'ennesimo Uomo della Provvidenza - non ci porta da nessuna parte, né come riminesi né come italiani. Proprio ora che l'Istat ci raffigura come una nazione sfiduciata e inerte, occorrerebbe la forza per reagire. La troveremo?
Sì, la troveremo. Lo si può dire con certezza. O meglio, qualcuno senza dubbio la troverà. Vogliamo essere noi o lo lasciamo fare ad altri? Perché è fisiologico che ogni crisi trovi uno sbocco. Il che non significa affatto che tutto tornerà come prima. Al contrario, tutto è già cambiato. Il punto è chi uscirà più forte e chi più debole, chi più ricco e chi più povero. Ormai siamo dentro all'ennesima, lunghissima campagna elettorale. Si voterà probabilmente a marzo per un nuovo parlamento, certamente a maggio per il nuovo sindaco di Rimini. L'unico strumento di cui ciascuno dispone resta il voto, per quanto in ogni modo si sia cercato di svilirlo, disinnescarlo, comprarlo. Oceani di slogan strattoneranno le nostre emozioni da una parte all'altra. Non lasciamoglielo fare. Non ascoltiamo le emozioni, badiamo a ragionare.Teniamo l'attenzione sempre e solo sulla stessa domanda: votando questo o quello, in quanti ci guadagnano e in quanti ci rimettono? E soprattutto, chi sono costoro?
Qualche esempio terra terra. La scuola, la sanità, i servizi essenziali, li vogliamo pubblici o privati? L'energia la vogliamo pulita e rinnovabile o sporca ed esauribile? Le differenze fra ricchi e poveri le vogliamo più grandi o più piccole? La cultura la consideriamo un lusso o una risorsa? I diritti di chi lavora sono chiacchiere o sostanza? La giustizia la vogliamo tale o la intendiamo come arbitrio del più forte?
Checché ci vogliano far credere, tutte queste scelte spettano a noi. Noi che contiamo eccome, perché se Dio vuole siamo ancora in democrazia. Se in democrazia vogliamo continuare a viverci, non ci resta che usarla.

 

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