Intervista a Spiro Scimone

RIMINI - Notizie cultura - mer 01 dic 2010
di Lorella Barlaam

Agli Atti "La Festa" di Scimone & Sframeli
Dal corpo, le parole

"La festa" - in scena al teatro Novelli il 15 dicembre - è il primo testo scritto da Spiro Scimone in lingua italiana, dopo i due precedenti in dialetto messinese, "Nunzio" e "Bar". Ma è un italiano molto meridionale, il suo, nella costruzione della frase come nella cadenza impressa dai tre interpreti. Sono dialoghi brevissimi, fatti di battute di poche parole, spesso una sola. Con un uso molto musicale, quasi jazzistico, della frase e della parola, su un ritmo sincopato che mette in evidenza le frequenti ripetizioni e variazioni di un medesimo tema. In scena, una famiglia come tante, che intravede la possibilità di infrangere la routine festeggiando l'anniversario dei 30 anni di matrimonio dei genitori, tentativo che però si risolve semplicemente nella riconferma della stagnazione dei ruoli e del rancore reciproco.

Questo spettacolo ha riscosso molto successo anche all'estero...
«È un lavoro che mi ha dato e mi sta dando ancor moltissime soddisfazioni - racconta Scimone - tanto all'estero quanto in Italia. È comunque difficile andare a rappresentare gli spettacoli in luoghi più istituzionali. Ad ogni modo, la risposta del pubblico è sempre eccezionale. Nel 2007 "La festa" è stato prodotto e rappresentato in francese con successo al Théâtre du Vieux Colombier nel cartellone della Comédie Française.»

Oggi spesso il teatro è per pochi eletti. Lei che rapporto ha con la platea?
«Ho sempre avuto la voglia e il desiderio di stare a contatto con le persone, con la gente. Creare rapporti. Il teatro è rapporto. Come tutti per gli attori, alla base di ogni rapporto c'è un elemento fondamentale: lo scontro. Non esiste nessun tipo di rapporto senza scontro. E il teatro educa tantissimo allo scontro.»

Da dove è partito?
«Io ho iniziato a scrivere per il bisogno e la necessità di recitare. Il punto di partenza della mia scrittura è lo stesso del mio modo di recitare. L'autore, quando scrive, deve cercare. E per cercare le parole, bisogna cercare e trovare il corpo del personaggio. È il corpo del personaggio che ci suggerisce le parole.»

Rispetto ai lavori precedenti, come è cresciuto il linguaggio?
«Con i nostri lavori cerchiamo sempre di trovare una serie di situazioni, linguaggi, rapporti nuovi, ma senza mai perdere quello che abbiamo costruito nel passato. È un continuare un percorso. Questa è una strada, e non voglio saper dove ci porterà. A me interessa solo seguire questo tragitto.»

Che rapporto ha con la sua terra?
«È importante non dimenticare le proprie radici, però bisogna aprirsi agli altri e ascoltare. Il teatro è apertura, non chiusura. E quando riesci a aprirti e ad amare il confronto, ecco che quello dovrebbe essere il punto di partenza. Confrontarsi su cose che non ci appartengono, che fanno parte di altre culture. Per il desiderio di confrontarsi.»

Quali sono i due artisti che l'hanno maggiormente influenzata?
«Come autore direi Beckett: è il drammaturgo della seconda parte del Novecento che ci ha portato al teatro contemporaneo. Un altro grande artista a cui sono molto legato e che considero il mio maestro è Carlo Cecchi: lavorare con lui ci ha fatto capire cosa significa la necessità.»

 

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