Giorgio Albertazzi e Vittorio Franceschi
Il viaggio e la maschera
Al Novelli "La casa di Ramallah"e "A corpo morto"
Giorgio Albertazzi e Vittorio Franceschi. Due attori poliedrici, i cui percorsi hanno intersecato la regia, la scrittura scenica e la poesia, due diverse ipotesi di teatro in un interessante confronto a distanza sul palcoscenico del Novelli. Giorgio Albertazzi è l'ultimo dei mattatori, ma riesce a rendere una carriera teatrale oggi senza pari ancora linfa e radice di un oltre, ad ogni spettacolo. Nel tempo, voce e presenza si sono affinate in segni essenziali, personaggi di cui diventa egli stesso traduzione, in un corpo a corpo emozionante. In questi ultimi tre anni è stato l'Adriano delle "Memorie" della Yourcenar e il titanico e inafferrabile Achab di Melville nella messa in scena di Antonio Latella. Ancora con lui affronta quest'anno il quarto Re Lear della sua carriera, forse il più emblematico della sua cifra interpretativa nell'essere uno e trino, Lear e Fool e Albertazzi insieme. E sarà il Padre in "La casa di Ramallah", al Novelli il 25 novembre, con la regia di Calenda su testo di Antonio Tarantino, voce alta e aguzza della drammaturgia contemporanea. In scena, il martirio della Palestina nel dialogare metafisico di tre personaggi, una kamikaze che va a farsi esplodere e i suoi genitori, che in questo viaggio l'accompagnano. Con Marina Confalone, la Madre, e Deniz Ozdogan, la Figlia. Il bolognese Vittorio Franceschi è attore colto, docente alla Galante Garrone di Bologna, tra i fondatori nel '68 dell'alternativa Associazione Nuova Scena, con Dario Fo e Franca Rame. Da attore ha lavorato con grandi registi nei principali Teatri Stabili - l'abbiamo apprezzato negli anni scorsi come interprete del "Dialogo di un sepolto vivo" e "Il sorriso di Daphne" - da autore ha composto diverse pièces, tra cui "Scacco pazzo", da cui un film con Haber. «La drammaturgia di oggi deve affrontare grandi temi: non storie che si svolgono tra il tinello e la camera da letto, ma la vita, la morte, il rapporto con gli altri esseri umani», ha scritto del suo "A corpo morto", premio della Critica 2009. Cinque monologhi d'addio per cinque "maschere" realizzate da Werner Strub, regìa di Marco Sciaccaluga (1 dic.). Maschera come punto di partenza del teatro stesso, come nei suoi Edipo (1980) e Augellin bel verde (1984) col regista Benno Besson. Un'esperienza originaria, perché, come Franceschi ha affermato, "quando usi la maschera sei costretto a far vibrare corde che normalmente non usi a raggiungere il massimo della sintesi nell'uso della voce e del gesto".
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