Nel nome di Michelangelo Merisi

RIMINI - Notizie cultura - mer 17 nov 2010
di Alessandro Giovanardi

"font-size: small;">"Caravaggio e altri pittori del Seicento"
La sorgente originaria di un'intera epoca pittorica

Il nome di Michelangelo Merisi in questi ultimi giorni mi evoca un prezioso libretto appena edito da Medusa di Milano: Caravaggio nero fumo di Massimo Pulini. Il piccolo volume raccoglie due scritti del pittore e storico cesenate: l'invenzione letteraria di un monologo poetico di Caravaggio, dedica amorosa di un artista contemporaneo a uno antico, e il breve saggio in cui Pulini racconta l'inventio di un inedito del Merisi, riscoperto in un ritratto conservato nella Pinacoteca di Montepulciano. Le poche pagine trasudano un lavoro attributivo decennale e la passione di una vita intera: sono gli ingredienti essenziali che, fin dal titolo, mancano invece alla pur entusiasmante rassegna Caravaggio e altri pittori del Seicento ospitata a Castel Sismondo. Perché qui il nome del Caravaggio è utilizzato solo per quell'appeal commerciale e incantatorio che condivide con un'altra parola fortunata: Impressionismo. E ciò dispiace in quanto i 14 rinomati dipinti, che circondano l'unica opera del Merisi esposta, sono evidentemente superbi e meritevoli non solo di essere visti dal più alto numero di persone possibile (l'occasione è davvero felice e nessuno dovrebbe perderla), ma anche di essere disposti e narrati secondo una linea precisa e convincente. Sì perché "gli altri pittori" non sono illustri sconosciuti di contorno ma comprimari sul palco della pittura nell'età del Barocco e della Controriforma: tutti provenienti dal Wadsworth Atheneum di Hartford nel Connecticut, la più antica istituzione museale americana e una delle prime a collezionare capolavori del Seicento europeo. L'affascinante storia della pinacoteca è svolta in catalogo, in un lungo saggio, da una voce eccellente, il raffinato Eric M. Zafran che è anche l'attento estensore delle ottime schede. Stupisce tuttavia la trascuratezza con cui sono stati tradotti i materiali critici (la Legenda aurea di Jacopo da Varazze diviene la Leggenda dorata!), le due colonnine con cui si sbriga l'ufficio introduttivo, la non volontà di leggere le relazioni tra i dipinti che, seppure casualmente, continuano a manifestarsi. Quindi non Merisi e "gli altri", bensì "negli altri", come sorgente originaria e termine di paragone imprescindibile per un'intera epoca. È l'età di Orazio Gentileschi, sodale di Caravaggio, e di Orazio Riminaldi, discepolo del Gentileschi e caravaggesco indiretto: la Giuditta del primo, il Dedalo e Icaro del secondo trasformano il dramma religioso e mitologico in una tragedia degna di Shakespeare, di Racine, di Corneille. Poi, Jusepe de Ribera, che fin da giovane sapeva eguagliare il Merisi, Bernardo Strozzi la cui Santa Caterina è vestita di una leggera nube di cartapesta ancora umida, il cuore di tenebra mistica del Morazzone lombardo, la dolce, credibile mortificazione di Zurbarán. Seguono i fiamminghi, allievi dei caravaggisti di Utrecht (Le Seurs, Hals, Sweerts). Le eccezioni sono date dalla fuga barocca di Van Dyck e dall'innocenza purista del Cigoli e della perfetta Sacra Famiglia del Saraceni: ma anche in queste ascesi domestiche l'onirica Estasi di san Francesco del Merisi affonda un po' le radici, tra un prato fiorito e una veglia notturna di monaci. Il Seicento è "molti", ma non "altri", è un arazzo infuocato, non un buffet freddo. 

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