A Castel Sismondo e Palazzo Sums
Tra ansia di realtà e sete d'assoluto
Il dialogo possibile tra Impressionismo e Salon
Il cordone ombelicale (o il filo d'Arianna) che lega insieme le esposizioni di Rimini e San Marino e che crea un ponte immaginario tra Castel Sismondo e Palazzo Sums trova la sua cifra essenziale nella parola "impressionismo". Un termine di conio spregiativo che si è preso nel tempo la sua bella rivincita sulle proprie non nobili origini, divenendo una parola incantatoria che, al solo esporla su un cartellone o su una brochure, attira verso di sé frotte di visitatori. La pietra scartata dai critici ottocenteschi si è trasformata in un fenomeno di massa, in un oggetto del desiderio visivo popolare. Ma "impressionismo" è, in vero, un termine che s'intende in molti modi e che calza stretto ai novanta dipinti esposti al Castello Malatestiano e ai trenta che si possono contemplare in Repubblica. Non solo perché a Rimini si esibisce l'antico scontro tra gli accademici del Salon parigino e i novatori della pittura (il cui fascino si prolunga in terra sammarinese), ma anche in quanto tra questi ultimi si dovrebbero operare sottili distinzioni tra pre, post e impressionisti propriamente detti, simbolisti (Gauguin), fauves e grandi solitari (Van Gogh, Cézanne). "Parigi" e la "Francia", "gli anni meravigliosi" e le "altre storie di pittura": i titoli delle mostre, così allusivi, promettono molto, e in realtà mantengono anche di più, a volerle attraversare con calma, in silenzio e uscendo dall'incantesimo della gradevolezza, dal rischio della facilità. Innanzitutto spero che, a circa due secoli di distanza, si colga l'opportunità di ridare ai maestri del Salon il posto che meritano nella storia dell'arte e che Baudelaire cantava in prose squisite. A voler stare al gioco, la guerra - per quel che conta il modestissimo parere di chi scrive - l'han vinta loro sul piano della pittura; gli altri ebbri di genio e di bellezza apriranno la via a estasi felici ma, imprevedibilmente, anche a infelicissime, autistiche afasie, fino all'imperativo stolto e negromantico della morte del dipingere. Il discorso (e l'agone) proseguono perciò anche a San Marino dove i precursori dell'impressionismo, come Corot o Courbet, gli impressionisti Renoir, Pissarro e Sisley e, i sommi, non iscrivibili ad alcun club da manuale, Monet, Degas, Cézanne, sono esposti accanto a pittori del Salon. "L'ultima estetica prima che l'arte dilegui" scriveva Elémire Zolla, nel 1999 a difendere i diritti degli antichi, nella perenne querelle coi moderni; a noi spetta far baluginare gli uni negli altri, a far miele da molti fiori come le api o a tessere tele tra opposti come i ragni. Chi riuscirà a percorrere le sale di Castel Sismondo e di Palazzo Sums senza aderire al vittorioso peana dei neoteroi e, soprattutto, senza cedere all'idea fissa del contrasto manicheo, della gara tra atleti della bellezza, vedrà, godrà e capirà molte più cose di chi si limiterà agli steccati del gioco precostituito e saprà ugualmente riconoscere la propria ansia di realtà e di assoluto nei paesaggi di Monet come nelle figure ammalianti di Ingres o Bougerau.
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