I peones del tennis
Storie e personaggi del nostro sport
Nicolò, Montanari, Olivieri: gli eroi plebei della racchetta
Il Circolo Tennis Rimini, era negli anni sessanta l'unico tempio tennistico nella nostra città. Su quei quattro campi in terra rossa si affrontavano con gesti più o meno ortodossi (fatta esclusione di due o tre classificati che erano o atleti naturali, o possessori di talento tennistico quantomeno discreto) quegli alti borghesi riminesi che, avendo da tanto tempo raggiunto un livello economico largamente superiore al fabbisogno calorico, lubricamente esibivano glutei penzolanti ed ipotoniche gambette costrette a sostenere prominenti addomi.
Poi arrivarono i peones. Gli anni sessanta stavano volgendo al termine; l'omologazione, conseguente ai sovvertimenti sociali di quel tempo, aveva contribuito ad abbattere parecchie barriere, per cui, sui campi di via Regina Elena, sapientemente gestiti da quel fine conoscitore di uomini che è Edo Grossi, si affacciarono tennisti che, digiuni di qualsivoglia tecnica, possedevano, di contro, doti atletiche ed agonistiche poiché provenivano da discipline più plebee come il calcio o il ciclismo.
Gilberto Nicolò fu il più emblematico di questi parvenus. Il suo tennis era modestissimo: il servizio era una semplice rimessa in gioco; la volée inesistente; diritto e rovescio si trasformavano in catapulte per proiettare verso il cielo altissimi pallonetti che lasciavano esterefatti e sgomenti gli avversari. Ma soprattutto correva. Correva a piccoli passi, diventando paonazzo in volto. Tutti pronosticavano per imminente il suo crollo, ma lui proseguiva imperterrito nell'alzare pallonetti e nel rincorrere la palla in ogni angolo del campo. Giocatori di lui più attrezzati stilisticamente, più giovani, più forti, finivano prede di questo ometto, che ricordava la maschera di Erminio Macario, che si dannava nella corsa e "chiamava" fuori tutte le palle le quali cadevano nei pressi delle righe, riuscendo con questa tattica ad influenzare gli arbitri ed a innervosire gli avversari.
Su di lui sono, col tempo, fiorite molte leggende. A Bologna si racconta che una pallina, lanciata altissima, non abbia fatto più ritorno sulla terra. Un pilota di elicotteri, giura di essere stato colpito da una palla da tennis allorché si trovò a passare sul campo dove giocava Nicolò. Quando gli capitava di incrociare la racchetta con Romeo Montanari, un altro personaggio di spicco nel policromo mondo degli "enneci", non solo si rubavano i "quindici" ma addirittura i games e nessuno dei due poteva protestare poiché si trattava di un vero e proprio act in agreement.
Romeo Montanari, classe 1939, era un vero vincente. A qualsiasi gioco prendesse parte: poteva essere il tennis, o le bocce, o la lippa, o, più tardi il golf, Romeo finiva col prevalere. Da autodidatta ha saputo issarsi fino alla terza categoria nel tennis, è, tutt'ora, "prima categoria" nel biliardo a boccette, ha vinto, inoltre, diversi tornei di golf ed il suo handicapp attuale è di assoluto rispetto. A quei tempi, (parlo degli anni ‘70) divideva la palma di migliore N.C della zona con un Domenico Olivieri. Costui è stato il più ostico, indisponente, scorbutico giocatore che abbia visto all'opera. Già nell'abbigliamento era quanto meno singolare. Sgraziato nella corsa, si presentava sui courts con una maglietta sgualcita e stinta ed il berrettino da ciclista in capo. Impugnava la racchetta come il contadino impugna la roncola. Taciturno e perennemente accigliato si produceva in un gioco fatto di mezze volate e di tocchi assassini. Tuttavia vinceva e sono pochi i non classificati, (fa eccezione Franco Tramontano che col suo gioco classico lo scherzava) di quei tempi, che siano riusciti a batterlo. Nicolò, Montanari ed Olivieri erano i mattatori incontrastati di quel tennis casareccio e plebeo e la loro roccaforte erano i campi del Dopolavoro Ferroviario.
I tre erano conosciuti un po' dovunque e quando, che so, ti trovavi a Cesena o a Urbino e dicevi che giocavi a tennis ed eri di Rimini, ti sentivi immancabilmente chiedere: "Lo batti Nicolò?"
Nicolò è un po' come il metro campione che si conserva presso l'Archivio internazionale dei Pesi e Misure di Sevres: una misura precisa, la quarantamilionesima parte del meridiano terrestre.
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