Così la Rimini nobile cancellò sé stessa

Rimini - Notizie Centro Storico - mer 06 ott 2010
di Luca Vici

Decine le dimore gentilizie scomparse con la ricostruzione
Il duecentesco palazzo dei Parcitadi fu demolito abusivamente "lavorando anche di notte"

Oltre ai palazzi del Cimiero, dove si trovava il Vescovado, al cui posto sorge oggi Palazzo Fabbri, il Palazzo Lettimi, la più bella dimora gentilizia della città ancora oggi in condizioni di rudere, e Palazzo Gioia, che si trovava tra Piazza Cavour e il Corso d'Augusto, molte altre dimore gentilizie riminesi potevano essere salvati durante la ricostruzione degli anni 50'-60'.
Arnaldo Pedrazzi, in "La Rimini che non c'è più, le dimore gentilizie", ne conta addirittura 23, che sono in realtà solo quelle di cui ha potuto dare una documentazione fotografica.
Tra i casi più clamorosi c'è sicuramente il palazzo dei Parcitadi in via Gambalunga.
Era uno dei pochissimi edifici privati medievali rimasti in città, nonché l'unica testimonianza della potente famiglia ghibellina contro la quale combatterono i Malatesta per conquistare il potere a Rimini alla fine del Duecento.
E infatti la facciata del palazzo conservava numerosi elementi decorativi duecenteschi in cotto, tra cui alcuni archi, a tutto sesto e a sesto acuto, oltre ad una bifora perfetta con piccoli archi e una colonnetta col capitello a calice, simile a quella più tarda che si può vedere ancora oggi sulla facciata del Palazzo dell'Arengo.
La Soprintendenza propose di lasciare almeno la parte storica, ossia quella centrale che era ancora intatta. Ma tra il 20 e il 23 febbraio 1963, l'edificio fu completamente - e abusivamente, "lavorando anche di notte" - abbattuto per far posto a Palazzo Fabbri. Come si usava allora, il fatto compiuto valse più di qualsiasi autorizzazione.
Altro caso di distruzione avventata è quella di palazzo Angherà, di cui oggi si può vedere solo lo splendido portale cinquecentesco in pietra.
Questo palazzo, che un tempo si chiamava Rocchi, almeno stando alle preziose relazioni del Morigia e del Valadier a seguito del terremoto del 1786, per quanto potesse essere in cattive condizioni, conservava un grande scalone, oltre ad alcuni bei saloni nel piano nobile splendidamente affrescati.
Fonte: Arnaldo Pedrazzi, "La Rimini che non c'è più, le dimore gentilizie".

Noi che diamo la colpa alle bombe
Dopo la guerra molti edifici potevano essere ricostruiti

Amiamo ripeterci che Rimini ha avuto la sfortuna di essere gravemente danneggiato dagli eventi della storia e per questo tanto è scomparso della sua parte più antica: la sequela dei terremoti, i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. ..
E' vero che l'86 % del nostro centro storico fu distrutto o gravemente danneggiato durante l'ultima guerra, ma le foto raccolte dal compianto geometra Maioli, oggi raccolte nel volume "Giuseppe Maioli geometra e fotografo", ci raccontano una storia assai diversa.
E cioè: la maggior parte degli edifici potevano essere restaurati e avrebbero continuato a raccontarci la nostra storia e la nostra identità. Solo che "non conveniva". Anche le famiglie blasonate, che in certe dimore avevano abitato per secoli, trovarono più vantaggioso radere al suolo per "far cubatura". Oggi la mentalità è in parte cambiata fino all'eccesso opposto, facendo di ogni cosa esistente un feticcio. Ma intanto la speculazione edilizia ha ormai devastato il tessuto urbano della nostra città. Una speculazione di cui tutti hanno beneficiato e che nessuno si è sognato di arrestare, salvo quando i buoi erano già scappati.

Rimangono solo le foto
I palazzi antichi furono spesso sostituiti con condomini altissimi che deturpano la visione d'insieme del tessuto urbano. Ne svetta almeno uno in ogni borgo e in ogni quartiere del centro. E' il caso dell'enorme edificio in piazzetta San Martino dove c'era uno dei due palazzi Battaglini (l'altro, scampato alla guerra, si trovava su corso d'Augusto e fu abbattuto per far posto ai magazzini Coin). In via Giordano Bruno, sul luogo dell'hotel Duomo, era poi situato il palazzo Fabbri Ganganelli, che poteva vantare, oltre ad una facciata monumentale con portale seicentesco in pietra a tutto sesto con bugnato, uno splendido salone di rappresentanza riccamente affrescato con il tema della fondazione di Roma, un salottino Luigi XV con vasi giapponesi alti un metro e trenta, la cappella di famiglia e un delizioso cortile interno.

 

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