L'universitą a Rimini, un successo che continua ad aumentare
Siamo il Polo romagnolo che cresce di più
Ma gli atenei italiani hanno ancora troppi limiti a cominciare dalla scarsa conoscenza dell'inglese
Lo stato di salute dell'Università italiana è precario, inutile nasconderselo. Accanto a Facoltà e Atenei quasi paragonabili ai migliori del mondo, scontiamo un forte ritardo e una grande arretratezza in altri. Un esempio tra i tanti è l'insegnamento in lingua straniera, soprattutto (ma non solo) l'inglese. E il problema fondamentale sono i docenti, come sa ogni Preside e Rettore. Anche se tutti i docenti italiani al momento del concorso devono dimostrare la conoscenza di due lingue straniere, come in altri aspetti i verbali sono del tutto inattendibili. Ancora oggi una grande percentuale di docenti non sa né leggere né scrivere né parlare inglese al livello appropriato per un professore. Siamo forse gli unici al mondo. Non perché siano persone ignoranti o pigre, ma perché nessuno ha mai avuto l'onestà di dire che un professore universitario deve sapere bene l'inglese e imporlo veramente. L'ignoranza della lingua porta con sé l'emarginazione del sistema accademico italiano: non sapere l'inglese significa non andare ai congressi internazionali, non pubblicare in inglese, non leggere in inglese, quindi non acquistare libri in inglese, e dunque non farli leggere agli studenti che l'inglese lo sanno ancora meno. Oggi molte Facoltà faticano a offrire corsi in inglese perché non hanno i docenti. Non basta masticare quattro parole per tenere un corso. Anche sapendo bene la lingua è molto più faticoso, bisogna trovare i libri in inglese e se non ci sono bisogna scriverli, fare le slides, le dispense, preparare i compiti, eccetera. Oggi un laureato tailandese, indiano o africano parla inglese, un italiano no. E così nelle nostre università vengono a studiare pochi stranieri, isolandoci dal mondo, quando potremmo attirare migliaia di giovani nei campi dell'arte, della moda, del design ecc. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la difesa della lingua italiana, sia chiaro.
Detto questo, a Rimini possiamo dire di essere sicuramente sopra la media nazionale per qualità della nostra Università. Un po' per la fortuna di avere dei corsi di laurea validi, un po' perché abbiamo un corpo docente giovane, dunque più motivato, più entusiasta, più disponibile. Ma anche, e lo dico a ragion veduta, perché le amministrazioni pubbliche sono vicine al Polo, mostrano una disponibilità significativa. Certo, non sempre e non ogni volta in modo liscio e efficiente: siamo sempre in Italia e in provincia. E non con erogazioni di denaro significative. Anzi, forse per questo i rapporti sono positivi. Ma sono collaborative e motivate a difendere la realtà universitaria locale. Oltre alle Pubbliche amministrazioni, anche la Chiesa riminese è molto vicina all'Università. Anche perché il sistema cattolico, sia con gli affitti di immobili sia con le cooperative più o meno di area, ha rapporti collaborativi importanti. Ma non c'è soltanto questo, c'è anche una grande vicinanza ai giovani e alla missione educativa dell'Università.
I dati di Rimini sono positivi. In un anno che ha visto il calo di molti Corsi di laurea, Rimini ha fatto registrare 1.804 matricole, con una crescita del 14.76% rispetto all'anno precedente, diventando il 1° Polo della Romagna in termini di nuove immatricolazioni alle Lauree triennali. Attualmente Rimini conta circa 6.000 iscritti. Le strutture, 26.500 mq tra aule, laboratori e un'ottima biblioteca (che andrebbe aiutata anche da aziende e cittadini privati), sono in gran parte nuove e situate nel centro storico. Gli investimenti in edilizia sono stati ingenti (tra poco anche il Palace Hotel sarà ultimato) e hanno contribuito a mantenere vivo il centro di Rimini, generando un indotto significativo sia per gli affitti sia per i pubblici esercizi. Ovviamente, in un caso e nell'altro, gli utenti sono soprattutto gli studenti e parte del personale tecnico-amministrativo. Molti docenti vengono ogni giorno da Bologna e rientrano la sera. Se anche i centri di ricerca si trasferiranno nei Poli romagnoli e se la città saprà essere attraente, forse un giorno potremo arricchirci di cittadini con un alto livello culturale.
I nostri corsi di laurea, infine, danno buone opportunità di occupazione. I dati del 2008 (ahimé prima della crisi) sono sopra la media nazionale: a tre anni dalla laurea l'82,3 % dei laureati è occupato.
Oggi non è facile trovare lavoro, e un numero crescente di giovani sta lasciando il nostro paese, che è arretrato e immobile, fatto per vecchi e gestito da vecchi, male organizzato e mal governato. La cosa personalmente mi dispiace, ma penso che facciano bene, anzi un po' li invidio. Cerchiamo almeno di prepararli in modo che portino in giro per il mondo un'immagine degna di un paese che è stato per secoli uno dei fari del mondo.
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