Non piĆ¹ borgo, ma Marina

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 22 set 2010
di Annamaria Bernucci

 

 

La lottizzazione dell’area partì nel 1913

In via Dardanelli i segni del trapasso alla città balneare

Nel 1913 la Società Anonima Cooperativa, forte di una convenzione stipulata con il Comune nel 1907, diede avvio ad un esteso piano di lottizzazione e edificazione nel sobborgo di marina.

Suo scopo era sì la costruzione di abitazioni di tipo economico secondo principi di filantropia ed elevazione sociale e di migliorie igieniche e sanitarie, ma soprattutto proseguire nella costruzione di villini al lido. La Società acquistò i terreni denominati Soulier nell’area compresa tra il viale dei Bagni (viale Principe Amedeo) e il porto canale, periodicamente soggetto alle esondazioni del porto nei periodi delle piene, e perciò considerate insalubri e a rischio costante, come si evince dai dati forniti dalle inchieste succedutesi a partire da quella realizzata nel 1887 dall’avvocato Costantino Bonini, intitolata Le case operaie e l’igiene pubblica. In realtà si era inteso dare completamento al piano di sviluppo della marina, secondo i principi di una coerente crescita dell’area residenziale.

Dignitosi prospetti in cotto e qualche decorazione di gusto ancora liberty ornano sopraporte e cornicioni delle finestre nelle facciate; più elaborati i prospetti delle villette, che dal 1923 vengono preferite alla tipologia in linea. Sono del tipo isolato (due case abbinate) con superficie scoperta destinata a giardino sull’intera area perimetrale. La “casa in serie”, a partire da questa dat,a viene dalla Società edificatrice tralasciata; il mercato, composto dalla media e piccola borghesia emergente è più propenso ad investire nella casa isolata, che ricorda più la ‘villetta’, il cui costo - come si legge nella Relazione del Consiglio di Amministrazione sul Bilancio del 1923 della Società - è di poco superiore alla casa a schiera. A quella data il quartiere marittimo è in via di ultimazione, e dopo una contrastata deliberazione da parte del consiglio comunale si procede a dotare l’area di un opportuno impianto fognario. L’area è destinata ben presto alla saturazione edilizia da parte della Società, si sono costruite sei case con 18 appartamenti e altre 19 già sono state vendute.

Non è difficile intuire che la crescita delle aree residenziali al lido abbiano punti di riferimento con modelli europei adottati in a ltre realtà costiere e che il principio ordinatore, ancora, a quelle date, guardi al concetto del viale (il boulevard) che interseca l’asse portante del lungomare, in una ideale congiunzione tra la città (a monte della ferrovia) e il suo sbocco o terminal marino.

Dalle case a schiera ai villini

Il piano originario della S.A.C. prevedeva nell'idea di 60.000 mq. la costruzione di tre gruppi di case economiche (che vengono realizzate in proprio dalla stessa Società) e completata da una serie di 15 lotti da alienare finalizzati alla costruzione di villini. La società avvio ai lavori con due gruppi di 10 case in via Astorre e via Dardanelli: si trattava di case a schiera dalla tipologia consolidata, composte da alloggi distribuiti su due piani, dotati di mansarda e scantinato. L’allineamento è ancora ben visibile percorrendo via Dardanelli, oggi forse più nota per i ristoranti etnici o per gli hotel riservati ai giovani e per un progressivo recupero conservativo di gran parte delle abitazioni superstiti, scampate alla guerra e alle frettolose ricostruzioni del dopoguerra.

La vera casa natale di Fellini

L’edificio fu distrutto dai bombardamenti

Via Dardanelli è la strada dove ebbe i natali il grande Federico Fellini il 20 gennaio 1920 in un appartamento al numero 10. La casa, di cui non sopravvive traccia, fu distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra, e fu probabilmente, in ordine, la prima dove abitò. La famiglia cambiò spesso residenza: in Corso d’Augusto, nel 1926 in via Gambalunga, nel 1929 in via Clementini, villa Dolci, nel 1931 in via Dante. Federico veniva da una una famiglia piccolo borghese; la madre, Ida Barbiani, romana, era casalinga, mentre il padre Urbano, originario di Gambettola, era rappresentante di commercio; trattava, in particolare, generi alimentari. Ostinatamente ostaggio della memoria del maestro, la Rimini mai nominata di Amarcord, sicuramente il film più autobiografico di Fellini, emerge nelle immagini con particolari e dettagli filtrati dalla nostalgia, dall’ironia e dalla visionarietà, come il borgo dell’infanzia e della prima giovinezza precocemente abbandonati, ma mai dimenticati. Come la villetta dove vive il protagonista Titta, dal cui cancello, in un’alba di nebbia bianca e corposa, come solo sulle rive dell’Adriatico si addensa, se ne esce, smarrito, il nonno.


 

 

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