RIMINI T’è fnì ad sbadurlè?
RIMINI - Notizie Zenta ad Zìtà - mer 10 set 2008
di Stefano Cicchetti
[{Le nostre parole}
Come può condurre lontano il semplice trastullo dei bambini]
Le parole conducono sempre ai viaggi più imprevisti. Si evolvono, si trasmettono da luogo a luogo seguendo logiche diverse, che a loro volta spesso si intrecciano confondendo le piste.
Succede anche e soprattutto ai vocaboli più semplici e più usati, quelli che riguardano i bambini.
Stando alle nostre terre, i {burdlìn} riminesi, come si sa, {i’s sbadùrla}, si “sbadùrlano”. {E’ sbadùrle} è dunque il gioco dei bimbi piccoli, il trastullarsi con un niente magari esercitando la voce alle prime articolazioni, “ba-ba”, “ma-ma”. Diventa l’inane passatempo dello sfaticato, se invece vi si dedica un adulto.
La parola trova una precisa rispondente nell’urbinate {abadurlè}, “baloccare, trastullare, perder tempo”, che in direzione di Rimini diventa già {badurlè}, mentre il {badurlo} (così il “Vocabolario dialettale del contado urbinate” di Agostino Aurati e Sanzio Balducci) è “passatempo, perditempo; trastullo, giocattolo”. Ma le corrispondenze arrivano molto più lontano, addirittura nel {patois} del Cantone di Saint-Pierre de Chignac, in Dordogna. Qui esiste {uno badurlo} e un verbo {badurlã}, che si riferiscono a chi si diverte con le maggiori futilità.
Come spesso accade ai vocaboli infantili, anche il badurlo ha perso la sua innocenza passando al vocabolario più scurrile. Compare infatti nello sterminato elenco dei nomi che diamo a “Lui”, in questo caso riferendosi ai piaceri che può offrire a “Lei”.
In ogni caso, l’origine sembra dal tardo latino {badare} (da cui l’antico toscano {badalucco} che per sincope si riduce appunto in balocco}), trattandosi di “cosa che si dà al bambino per tenerlo a bada”.
[L’enigma di “badare”]
Ma qui sono guai. {Badare} ha dato filo da torcere agli etimologi come poche altre parole. A parte che “tenere a badalucco” per le milizie antiche valeva “trattenere il nemico con piccole scaramucce”, c’è chi pensa a derivazioni dai provenzali {badar} e {badeidar} (da cui {bada}, “sentinella”), chi dal basso latino {batare} (“sbadigliare”), chi dall’antico tedesco {baidon} e dal gotico {beidan} (“tardare, aspettare”). Altri a {bauth}, sempre goto, ma che significa “stupido”, come il gaelico {baoth} e l’irlandese {baith}.
Ma i più insistono su di una parentela (da una comune radice indoeuropea) di tutto ciò con la bocca “aperta” (“bocca badada” nell’antico toscano, secondo il Muratori) aggiungendo il romagnolo {sbadè} (“aperto”), il siciliano {sbadari} (“l’aprirsi delle muraglie”), il bergamasco {sbadac} (“spiraglio”). Dunque di qui si può risalire al latino classico {pandere}, “aprire, spalancare”, magari grazie a un po’ di confusione con {patère}, “aprire” (cui si deve fra l’altro la “patente”)? Più semplicemente, altri ancora si fermano a {ba, bah}, i primi, elementari suoni che emettiamo aprendo la bocca.
Volendosi ulteriormente confondere, appena al di là degli Appennini, {badurlo} e {baturlo} stanno invece ad indicare i tuoni: “Te ttu senti ih’ ccome baturla in montagna?”, si dicono preoccupati i viandanti di Valdarno e fin giù nel Perugino, mentre il corrispondente del nostro {sbadurlè} è “patullare”.
Scherzi dell’onomatopea, ovvero delle parole che cercano di riprodurre i suoni e finiscono per generare bisticci fra vicini di casa.
[Virgilio, Tommaseo e lo slang delle disco]
Altri scherzi sarebbero stati giocati ai livelli più colti. Narra il Pianigiani nel suo Dizionario Etimologico che qualche goliardo avrebbe tradotto il celeberrimo verso virgiliano “Tytire, tu patulae recubans sub tegmine fagis” non nel corretto “O Titiro, tu giacendo all’ombra di largo faggio”, ma con un sacrilego “O Titiro, che stai a patullarti sotto codesto bel faggio”, da cui l’ingresso nella bella lingua del verbo “patullarsi”. Senza tanto romanzare, forse è avvenuto il contrario: patullarsi esisteva già e proprio per questo lo studente, più burlone che ignorante, poteva appunto “sbadurlarcisi”; il che confermerebbe fra l’altro l’affinità fra il latino {patulus} “largo, ampio” - il cui verbo è il già citato {patére} - e quelle “bocche aperte” di cui sopra.
Da parte sua il Tommaseo nel suo “Nuovo dizionario dei sinonimi della lingua italiana” del 1838 si dilunga con una spiegazione che pare denotare una notevole cognizione di causa: “Godersela, Patullarsi. - Di persona che senza pensieri passa il tempo ne' divertimenti, si dice e che se la gode, e che si patulla. Ma godersela esprime godimento più indeterminato; patullarsi, più determinato, ma insieme più basso. Chi se la gode, carpisce qua e là il piacere; chi si patulla, ad uno si ferma, e sovr'esso si stende, se così posso dire. Può uno godersela per un poco, ma non perder di mira i propri doveri. Chi si patulla, è talmente assorto nel piacere che non vede più in là. Inoltre il godimento può essere di cose oneste; il patullo tien sempre del pericoloso. Di due ricchi, uno se la gode alla campagna circondato da' suoi libri, ed è tranquillo: l'altro, nato per uggirsi tra le ricchezze, si patulla nell'ozio”.
Grazie – o piuttosto nonostante – tale dotta esplicazione, “patullarsi” per “passare il tempo oziando” non è affatto un verbo desueto, ma è giunto fin nello slang dei ragazzi delle discoteche, come registrano Angel e Devil nel loro blog {(http://principessa1210.spaces.live.com/default.aspx).}
[{Le nostre parole}
T’è fnì ad sbadurlè?
Come può condurre lontano il semplice trastullo dei bambini]
Le parole conducono sempre ai viaggi più imprevisti. Si evolvono, si trasmettono da luogo a luogo seguendo logiche diverse, che a loro volta spesso si intrecciano confondendo le piste.
Succede anche e soprattutto ai vocaboli più semplici e più usati, quelli che riguardano i bambini.
Stando alle nostre terre, i {burdlìn} riminesi, come si sa, {i’s sbadùrla}, si “sbadùrlano”. {E’ sbadùrle} è dunque il gioco dei bimbi piccoli, il trastullarsi con un niente magari esercitando la voce alle prime articolazioni, “ba-ba”, “ma-ma”. Diventa l’inane passatempo dello sfaticato, se invece vi si dedica un adulto.
La parola trova una precisa rispondente nell’urbinate {abadurlè}, “baloccare, trastullare, perder tempo”, che in direzione di Rimini diventa già {badurlè}, mentre il {badurlo} (così il “Vocabolario dialettale del contado urbinate” di Agostino Aurati e Sanzio Balducci) è “passatempo, perditempo; trastullo, giocattolo”. Ma le corrispondenze arrivano molto più lontano, addirittura nel {patois} del Cantone di Saint-Pierre de Chignac, in Dordogna. Qui esiste {uno badurlo} e un verbo {badurlã}, che si riferiscono a chi si diverte con le maggiori futilità.
Come spesso accade ai vocaboli infantili, anche il badurlo ha perso la sua innocenza passando al vocabolario più scurrile. Compare infatti nello sterminato elenco dei nomi che diamo a “Lui”, in questo caso riferendosi ai piaceri che può offrire a “Lei”.
In ogni caso, l’origine sembra dal tardo latino {badare} (da cui l’antico toscano {badalucco} che per sincope si riduce appunto in balocco}), trattandosi di “cosa che si dà al bambino per tenerlo a bada”.
[L’enigma di “badare”]
Ma qui sono guai. {Badare} ha dato filo da torcere agli etimologi come poche altre parole. A parte che “tenere a badalucco” per le milizie antiche valeva “trattenere il nemico con piccole scaramucce”, c’è chi pensa a derivazioni dai provenzali {badar} e {badeidar} (da cui {bada}, “sentinella”), chi dal basso latino {batare} (“sbadigliare”), chi dall’antico tedesco {baidon} e dal gotico {beidan} (“tardare, aspettare”). Altri a {bauth}, sempre goto, ma che significa “stupido”, come il gaelico {baoth} e l’irlandese {baith}.
Ma i più insistono su di una parentela (da una comune radice indoeuropea) di tutto ciò con la bocca “aperta” (“bocca badada” nell’antico toscano, secondo il Muratori) aggiungendo il romagnolo {sbadè} (“aperto”), il siciliano {sbadari} (“l’aprirsi delle muraglie”), il bergamasco {sbadac} (“spiraglio”). Dunque di qui si può risalire al latino classico {pandere}, “aprire, spalancare”, magari grazie a un po’ di confusione con {patère}, “aprire” (cui si deve fra l’altro la “patente”)? Più semplicemente, altri ancora si fermano a {ba, bah}, i primi, elementari suoni che emettiamo aprendo la bocca.
Volendosi ulteriormente confondere, appena al di là degli Appennini, {badurlo} e {baturlo} stanno invece ad indicare i tuoni: “Te ttu senti ih’ ccome baturla in montagna?”, si dicono preoccupati i viandanti di Valdarno e fin giù nel Perugino, mentre il corrispondente del nostro {sbadurlè} è “patullare”.
Scherzi dell’onomatopea, ovvero delle parole che cercano di riprodurre i suoni e finiscono per generare bisticci fra vicini di casa.
[Virgilio, Tommaseo e lo slang delle disco]
Altri scherzi sarebbero stati giocati ai livelli più colti. Narra il Pianigiani nel suo Dizionario Etimologico che qualche goliardo avrebbe tradotto il celeberrimo verso virgiliano “Tytire, tu patulae recubans sub tegmine fagis” non nel corretto “O Titiro, tu giacendo all’ombra di largo faggio”, ma con un sacrilego “O Titiro, che stai a patullarti sotto codesto bel faggio”, da cui l’ingresso nella bella lingua del verbo “patullarsi”. Senza tanto romanzare, forse è avvenuto il contrario: patullarsi esisteva già e proprio per questo lo studente, più burlone che ignorante, poteva appunto “sbadurlarcisi”; il che confermerebbe fra l’altro l’affinità fra il latino {patulus} “largo, ampio” - il cui verbo è il già citato {patére} - e quelle “bocche aperte” di cui sopra.
Da parte sua il Tommaseo nel suo “Nuovo dizionario dei sinonimi della lingua italiana” del 1838 si dilunga con una spiegazione che pare denotare una notevole cognizione di causa: “Godersela, Patullarsi. - Di persona che senza pensieri passa il tempo ne' divertimenti, si dice e che se la gode, e che si patulla. Ma godersela esprime godimento più indeterminato; patullarsi, più determinato, ma insieme più basso. Chi se la gode, carpisce qua e là il piacere; chi si patulla, ad uno si ferma, e sovr'esso si stende, se così posso dire. Può uno godersela per un poco, ma non perder di mira i propri doveri. Chi si patulla, è talmente assorto nel piacere che non vede più in là. Inoltre il godimento può essere di cose oneste; il patullo tien sempre del pericoloso. Di due ricchi, uno se la gode alla campagna circondato da' suoi libri, ed è tranquillo: l'altro, nato per uggirsi tra le ricchezze, si patulla nell'ozio”.
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