Intervista a Renata M. Molinari

RIMINI - Notizie cultura - mer 08 set 2010
di Lorella Barlaam

In cammino verso il teatro che vogliamo
Un laboratorio dedicato "a chi vuole camminare, a chi ama ascoltare"

"In piedi, un passo dopo l'altro: percezioni in movimento" è il laboratorio condotto da Renata Molinari e Paola Bigatto dal 16 al 19 settembre all'Arboreto di Mondaino. A dieci anni da "Passi, laboratorio di drammaturgia itinerante" lungo la via Francigena, cammino di pellegrini che si riattivava attraverso la scrittura e il racconto, Renata Molinari, scrittrice, drammaturga e docente teatrale, e l'attrice Paola Bigatto tornano a lavorare sulla postura percettiva, con sette "movimenti" ritmati nello spazio, nel mettersi in relazione e nelle architetture dei testi. Parlando con Renata Molinari, dramaturg di Thierry Salmon, i cui scritti contagiano col senso vivo del "fare" teatro, viene da porle domande ultime. Ma lei, maestra del peso e valore delle parole, richiama al qui e ora, al fare di questo laboratorio.

Renata, cosa succederà all'Arboreto?
«Il laboratorio è nato da mie indicazioni e dalle prime risposte di Paola, che entreranno in relazione con proposte testuali nostre e dei partecipanti, e metteranno in moto delle associazioni. Quando si fanno questi incontri brevi ci dev'essere una dimensione di piacere, il lavoro come esplorazione gioiosa, non come un compito rigido. Nel proporre un laboratorio sai qual è la tua domanda - la scintilla che ti ha fatto muovere - ma non la risposta, perchè lavori su quelle degli altri. Un laboratorio non è un seminario, dove si va a imparare una tecnica, è esplorare una possibilità, la possibilità della materia in questione e quella dei soggetti. C'è una stretta relazione tra camminare, vedere e ascoltare: possiamo sperimentarlo camminando e camminando in un testo, che può essere colto in maniera più o meno argomentata da ciascuno, quando e dove si libera il campo dai compiacimenti, dai manierismi, dalla pretesa di star compiendo chissà quale missione, mettendosi a confronto con quello che vediamo e ascoltiamo.»
Il testo, ha scritto, è "materia, non materiale". Cosa vuol dire?
«Considerandolo "materia" cade il fatto che del testo si possa disporre arbitrariamente. Una materia deve essere lavorata all'interno delle sue necessità, non si può piegare ad altro: occorre trovare quello che c'è già, non si lavora il marmo con gli attrezzi da legno. Il dramaturg è il "custode" del testo, non tanto del "messaggio" quanto del modo di percorrerlo. Ma non vorrei pronunciare parole troppo grandi, mettermi al centro.»
E' vero: una sua parola ricorrente è "relazione"...
«Per questo desidero fare laboratori sempre più co-condotti. Già dalla proposta ci deve essere la relazione, ed è importante mettersi alla prova, riattivare dei percorsi di lavoro in circostanze diverse. Sto leggendo tante cose, per questo laboratorio: per trovare la figura, la formula più semplice da proporre bisogna cercare, cercare. Poi, una volta dentro il lavoro, c'è la possibilità di verificare, attraverso la presenza in uno stesso spazio di persone che si trovano insieme. Ma ora stiamo parlando di un piccolo percorso creativo e non bisogna soffocarlo con troppe aspettative. Occorre una dimensione più leggera, un piccolo passo, vedere dove si poggia il piede. Avere un linguaggio concreto. Nel proporre un laboratorio di quattro giorni bisogna essere molto onesti: è un incontro che si fa su alcuni temi di una ricerca, come camminare o stare. Che sono temi poi dell'esperienza teatrale e creativa in senso più ampio, in un sistema di presenze testi persone parole e azioni con cui si può comporre un piccolo movimento. Assieme.»

 

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