Un campione che chiamavo... babbo

RIMINI - CORPOLO' - Notizie sport - mer 08 set 2010
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Biagio Pirroni giocò in serie A a nella Pro Vercelli e portò il football a Corpolò

Avrei voluto scriverne già da un pezzo. Il tempo fugge come una rondine ed antiche stelle tornano a sfavillare nel travaglioso cielo della mia memoria. Dalla foltissima e spesso amara schiera dei ricordi rispunta, più viva che mai, l'esile, scrinita, distinta figura di mio padre. Si chiamava Biagio Pirroni, era nato nel 1916. Ogni qualvolta intravedo la sinistra compattezza della chiesa di Corpolò, non posso fare a meno di pensare a quel campetto di calcio intrappolato e nascosto, come in un rompicapo, tra attorti cipressi che, con berniniana, acrobatica ascendenza adombrano il pencolante ammasso di lapidi del minuscolo cimitero. Ignoro se tanti, tanti anni fa, il terreno di gioco fosse ubicato in quel luogo. Non so neppure se esistesse, allora, un vero e proprio campo sportivo. So che mio padre, nel 1930 o giù di lì, introdusse, facendolo conoscere, il primo pallone di cuoio (un vero foot-ball) a Corpolò. Lo portava da Vercelli. Nella città del quadrilatero pedatorio piemontese, tra le nebbie appiccicose che si alzavano dalle putride risaie, ci era arrivato bambino; condannato, per triste sorte, al collegio degli orfani di guerra. Tra fumanti linotypes, banchi tipografici, caratteri mobili e severi studi, aveva trovato la voglia e la forza di scapicollarsi dietro ad una palla. Le epiche gesta dei "bianchi" vercellesi: Leone, Ara, Milano, Rampini, rivivevano, amplificate dalla sonante retorica fascista. E l'incitamento dei fittavoli piemontesi era sempre lo stesso: "Allez, fioeuj. Su i manghi ca vinciuma!" Su terreni spianati approssimativamente, ruvidi e spelacchiati in estate, fangosi in inverno, mio padre si affinò allo stile. Rischiando le caviglie si impossessò di una tecnica esemplare e, grazie ad uno spunto veloce davvero notevole, a soli sedici anni entrò a far parte della gloriosa compagine delle "bianche casacche vercellesi". Correva l'anno 1932. La Juventus (quella, per intenderci, dei cinque scudetti) vinceva il campionato e la voce vibrante di Niccolò Carosio, salmodiava, via etere, la formazione: Combi; Rosetta, Caligaris; Varglien, Monti, Bertolini... L'enfasi nazionalista sfiorava il ridicolo. D'altra parte ridicoli, gli italiani, lo erano stati per secoli: AUSPICE DEL CLIMA LITTORIO - GLI ITALIANI - FORGIATI DAL DUCE - NEL CULTO DI ROMA - ESULTANO - PER LE IMMANCABILI VITTORIE. Alfredo Binda, atleta superbo, algido e distante, correva vincendo con signorilità, senza per nulla concedersi. I suoi avversari avevano nomi illustri: Guerra, Camuso, Martano... Mario Semprini, coraggioso enfant du pays, partecipava, confuso nella miserrima categoria degli "isolati" al Giro d'Italia. Fu immenso. (Oggi, purtroppo, nessuno se ne ricorda). Ivo Pozzi, altro atleta di Corpolò, stracciava tutti (i vari Bini, Bizzi, Vicini, lo stesso Bartali) allorché le strade, sotto le ruote, si inerpicavano verso il cielo. Renato Fontemaggi (altro corpolese autentico), incantava gli intenditori con la purezza del suo stile. Tuttavia, la pratica sportiva dei più, consisteva nelle corse nei sacchi, in occasione delle fiere o delle sagre di paese, nell'arrampicata all'albero della "cuccagna", nelle discese con la "scaranina", allorché la neve ghiacciava, nei salti delle siepi per entrare nelle vigne e nei frutteti, nel gioco delle bocce... Non so se a quei tempi a Corpolò si formasse una vera e propria squadra di calcio. Conosco,viceversa, i nomi di alcuni di quegli appassionati, ingenui, pionieri: Renato Gattei, cugino di mio padre, che di mestiere faceva il calzolaio, Corrado Vignali, Giuseppe Tosi. La carriera calcistica di mio padre fu breve. Dopo aver disputato tre campionati con la blasonata squadra piemontese, partì militare e visse la tristissima vicenda bellica da protagonista in Africa, tra le sabbie del deserto della Sirte. Derna, Marsa Matruh, Agebadia, Sidi Barrani, Tobruk, furono le eroiche stazioni di una triste via crucis che si concluse ad El Alamein. Ferito alle gambe, ritornò a guerra conclusa, alla sua antica occupazione: il tipografo. Affrontò la vita con dignità massacrandosi di lavoro. Subì i molteplici rovesci della fortuna ma con tenacia cercò di destreggiarsi nei marasmi delle tempeste esistenziali. Senza aver avuto da me la benchè minima soddisfazione si spense ancora giovane in preda ad una saturnale malinconia il 6 maggio 1971.

 

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