L'uomo dei telai

RIMINI - Notizie sport - mer 25 ago 2010
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Di Mario Paganelli si fidava perfino Enzo Ferrari

Mario Paganelli, nato a Rimini nel 1931, iniziò fin da ragazzino, a lavorare nelle botteghe ciclistiche della nostra città: inizialmente in quella di Amelio Fabbri (che tra l'altro era suo cognato) allora situata in piazza Tre Martiri proprio sotto l'orologio e poi presso il prestigioso atelier di Amedeo Daini posto in via Garibaldi. E' stato tra i primissimi a costruire bici speciali adottando accorgimenti e soluzioni frutto di una ricerca appassionata ed assidua. Nell'immediato dopoguerra, quando sulla città rivierasca si respirava ancora una lugubre aria di disfacimento e di morte, i dilettanti nostrani più accreditati come Alessi, Sapigni e Petrucci, pedalavano sulle sue biciclette. Da allora (nonostante il nostro uomo si fosse impiegato poi come autista presso l'azienda pubblica ATAM) nella sua vita ci furono sempre e comunque biciclette. La voce cominciò a girare: "Sai, c'è Mario che fa certi telai così, così. Prova ad andarci!"
A quei tempi per realizzare un telaio assemblando con il cannello acetilenico le tubazioni Columbus o Reynolds occorreva possedere abilità ed ingegno. Mi viene facile pensare a Maspes, Ogna, Harris, Lombardi, i signori incontrastati della pista. A costoro (ed a tutti i pistards) serviva una bici certamente leggera ma oltremodo rigida. Piombavano alla corda dalle curve sopraelevate e la bicicletta doveva sopportare sollecitazioni tremende. In quel momento potevano vincere o perdere la "volata" e, nello stesso tempo, il costruttore poteva (in caso il telaio avesse ceduto) perdere la propria credibilità. Bisognava saper lavorare di lima su congiunzioni, teste di forcella, foderi posteriori. Lima e cervello, cervello e lima. Allora c'erano acciaio ed alluminio. Non erano ancora state introdotte le leghe leggere come l'avional, il titanio o l'ergal. Per alleggerire la struttura senza inficiarla si doveva "rubare" il più possibile con la lima sulle pipe, sui forcellini, addirittura sulla bulloneria.
A quei tempi si costruivano esclusivamente pezzi unici. Un telaio era personalizzato al pari di un abito di alta sartoria. Oggi con il carbonio, di telai le macchine ne sfornano migliaia al giorno. Vengono dalla Cina, da Taiwan. Sono fatti in serie. Al massimo sono disponibili in tre misure. Sono leggerissimi e multicolori. Gli acquirenti guardano al peso, oppure si orientano su una particolare marca per fare bella figura con gli amici. E' cambiato tutto nel mondo del ciclismo. Mario Paganelli, dall'alto della sua esperienza, rimane scettico di fronte alle aberrazioni tecnologiche attuali. Per lui la bicicletta resta una macchina di una semplicità essenziale che ha permesso la nascita di una disciplina meravigliosa, tanto indifferente ai tempi da resistere al motore, alla turbina, all'uomo sulla luna, alle centrali nucleari: una disciplina a misura d'uomo.
Ancor oggi, allorché si presentano problemi apparentemente irrisolvibili: come raddrizzare una forcella, risquadrare un telaio, non esiste altra soluzione che ricorrere a Mario Paganelli. Mario, in questi casi si affida ai suoi antichi strumenti, poi sorretto dalla sua sterminata sapienza artigianale aggiusta, corregge, ridona vita ad immondi catorci, riporta a funzionare macchinismi obsoleti, rimette in strada biciclette date per morte dagli oggidiani meccanici.
Ma soprattutto Mario è un amico. Un uomo d'altri tempi, schivo, modesto e generoso che conosce il significato dell'amicizia e della lealtà. Un uomo che in passato ha goduto dell'amicizia di Enzo Ferrari e liberamente frequentava la di lui casa. Il vecchio Drake di Maranello, grande conoscitore di uomini, aveva visto giusto, aveva capito che di Mario Paganelli si poteva fidare e gli rimase amico affezionato fino alla fine dei suoi giorni.

 

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