L'orgoglio di spostare i sassi con le proprie mani
Così nasce la piccola impresa, anche in Australia
La storia della cabin della famiglia Lockyer sempre quella di tanti nostri albergatori
Mount Surprise è nel Queensland nordorientale, nell'outback australiano, vale a dire in quella infinita distesa arida, a tratti desertica, che costituisce la maggior parte di questo continente.
E' una piccola località, con qualche centinaio di abitanti. Ci fermiamo a dormire dopo 470 chilometri di strada in un Caravan Park, in una cabin, che non è una 'gabina' ma quello che noi chiamiamo bungalow, un'altra parola inglese che gli italiani usano a modo loro. Migliaia di australiani, in particolare anziani, girano il loro immenso paese in roulotte (che in inglese si dice caravan, appunto), o in tenda. L'immensa distesa dell'outback è infatti un ottimo posto per stare tranquilli in mezzo a una natura ricchissima. Il sole è forte, l'aria asciutta, le notti fredde, non ci sono pericoli di sorta, ovunque ci sono spazi attrezzati, gratuiti o a pagamento, per fermarsi, dove si trovano altre persone e si può socializzare. Ci sono, in mezzo a questo nulla solo apparente, fiumi, laghi, caverne, vulcani spenti, villaggi abbandonati, e ogni minuscola comunità si sforza di offrire qualcosa di unico, dal museo dello spionaggio alla statua in grandezza naturale del più grande coccodrillo dell'Australia.
Nella cabin del Bedrock Village Caravan Park, come in tutte le strutture alberghiere del mondo anglosassone, si trova il book con le regole del posto e le attrazioni locali. Mi colpisce come nelle prime pagine viene raccontata la storia dell'azienda, mi fa venire in mente l'epoca pionieristica del nostro turismo.
Il Bedrock Village, racconta il testo, è stato realizzato dai proprietari, Jo (lei) e Joe (lui) Lockyer. Lui faceva il meccanico e lei la segretaria nella scuola locale. Nel 1994 comprano due ettari di terra, arida e rocciosa, che il proprietario usava per mungere le vacche. Jo e Joe all'inizio pensano di piantare delle zucche, poi notano un flusso costante di caravan che passano. Decidono di costruire un'area attrezzata. L'Australia è il regno dei campeggi, non è sufficiente, come a volte da noi, avere una serie di piazzole con una presa della corrente e qualche doccia mal tenuta. Qui bisogna creare un vero giardino con le piante tropicali, un grande barbecue, la piscina, tavoli, qualche cabin per chi non ha la tenda o la roulotte. Jo e Joe raccontano i loro inizi, nel 1997, che consistono nel dissodare il 'bedrock', letteralmente 'letto di roccia', scalzando e rimuovendo i macigni dal suolo, con le macchine e a mano, coinvolgendo subito i bambini di 3 e 4 anni che erano arrivati nel frattempo. Proprio come tante nostre famiglie negli anni '60.
Finalmente aprono, nel giugno del 1998, con 14 piazzole e due cabin. La nostra coppia di albergatori dell'outback mantiene comunque il proprio primo lavoro fino al 2000, gestendo allo stesso tempo il campeggio. E ogni anno allargano un pochino, come da noi quando si alzava di un piano o si facevano i bagni in camera o la 'gettata' nel parcheggio, finché nel 2009 raggiungono la fine della proprietà: tutto il bedrock è stato dissodato e trasformato in un'oasi verde e fiorita. Racconta il book con orgoglio: "Abbiamo piantato oltre 5.000 alberi, portato 15.000 metri cubi di terra e seminato un ettaro e mezzo a prato". L'orgoglio dei nostri albergatori che vedevano dopo tante stagioni di risparmio la loro pensione ridente, curata, imbiancata e accogliente.
Lo spirito qui è diverso, siamo veramente in una terra ancora selvaggia, dove i canguri vivono liberi. Ma lo spirito è quello.
Mi è piaciuta però questa idea di raccontare la storia del campeggio agli ospiti, con la sincerità tutta protestante, che consente la verità del proprio onesto lavoro, e la semplicità di gente di campagna. Penso che tante delle nostre pensioni dovrebbero farlo. Forse il nostro passato, più catto-comunista, ha qualcosa da nascondere: la ruffianata al potente di turno, l'abuso sanato, l'evasione costante e attenta, i giri di cambiali... Ma alla fine, io credo che lo spirito sia lo stesso. In fondo, spostare rocce è meno faticoso che navigare in mezzo alla burocrazia e alla politica, al fisco tiranno e allo strozzinaggio bancario. La piccola e media impresa italiana, infatti, nasce dallo spirito di intrapresa comune a tutti gli uomini, e vive nonostante il sistema, e non (o solo per costrizione e) grazie ad esso. Su questo l'esperienza mi lascia pochi dubbi. Alla fine, dunque, penso che anche noi possiamo e dobbiamo raccontare con orgoglio la nostra storia. Scavare nella roccia è duro, ma una volta fatto il lavoro, resta. La sabbia è più infida e incostante. Ma questo non significa che dobbiamo seppellire la nostra storia. E soprattutto che non possiamo farne una leva per la promozione della nostra immagine e per l'accoglienza degli ospiti.
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