Noi che partivamo e non capiamo perché loro arrivano

Rimini - Notizie Zeinta de Borg - mer 25 ago 2010
di Stefano Cicchetti

Quando era normale emigrare anche dalla Romagna
Fino a quarant'anni fa eravamo noi alle prese con problemi che oggi fatichiamo a comprendere

Allora per noi era così. Non c'era scelta, cosa dovevamo fare? Eppure ci riesce difficile capire quanti, oggi, si trovano stretti nella stessa tenaglia. O partire o fare la fame. O finire in guerra, o in galera per delle idee politiche, o piantare tutto e sperare nella fortuna.
Allora, a metà Ottocento, i primi a dover alzare i tacchi da una patria che ancora non c'era, che anzi si agognava, furono proprio i politici. Con i romagnoli, naturalmente, in prima fila. A sciamare per mezza Europa e "nelle Americhe". Poi la patria alfine si fece, ma i guai non finirono. E a dover partire furono migliaia, milioni. Trenta milioni, durante la storia dell'Italia unita.
Storie del XIX secolo? Macchè.
Ancora nei primi anni ‘70 del Novecento, gli italiani continuano a varcare le frontiere a legioni e non certo per turismo. Anche qui nel riminese, nel bel mezzo del boom economico, per una ragazza di campagna o dei paesi delle valli "andare a servizio" era la normalità. E se il servizio era presso una famiglia di signori di Bologna, Parma, Milano, Roma, beata quella ragazza! Magari reclutata e provata nei villini delle villeggiature, poi praticamente acquistata dalla famiglia benestante. E pazienza per i "pericoli", le chiacchiere del paese, i legami con la famiglia d'origine ormai spezzati. Ma le donne difficilmente andavano all'estero, se non per raggiungere il promesso sposo o il marito, anche se sposato "per procura". All'estero andavano gli uomini. In tantissimi casi da clandestini.
C'era la Francia, innanzi tutto. Almeno per le permanenze più brevi. Marsiglia e dintorni, con i suoi cantieri, cementifici, industrie navali. E le vendemmie e la raccolte della frutta nelle campagne del Midì. Ma altri stavano più a lungo. E qualcuno non tornava più. Perché andavano in Lorena, Lussemburgo, Belgio, Germania. In miniera, insomma.
Partivano, i poveri di Romagna, come tutti i poveri d'Italia. Per primi quelli del nord, nonostante un luogo comune faccia parlare l'emigrante sempre con l'accento meridionale. Liguri e lombardi fra i primissimi, e veneti, friulani, emiliani. Tutti. Ecco perché nelle nazionali sudamericane troviamo tanti cognomi dell'Italia settentrionale. Come la stella degli ultimi mondiali, l'uruguayano Forlan. O il brasiliano - e romagnolissimo - Belletti. E così in Argentina si incontrano intere province ai piedi delle Ande dove si parla il dialetto friulano più che in Friuli. E un distretto della provincia di Cordoba si chiama Emilia. E a Buenos Aires c'è sia la gelateria "San Marino" che il caffé "Rimini", questo nel cuore del coloratissimo quartiere della Boca.
Ma come mai, fatta l'Italia, invece di fare gli italiani finimmo per produrre tanti nord e sudamericani, australiani, tedeschi, svizzeri? Eppure l'Italia unita conobbe la sua rivoluzione industriale e perfino un primo boom economico, con i governi di Giolitti. Vengono i brividi, e si capiscono molti perché, a guardare però i bilanci degli stati pre-unitari prima e quelli del regno d'Italia poi. Fino al 1860 il regno di Sardegna destinò alle spese militari fino al 66 per cento delle sue risorse. E nel 1895 - in tempo di pace! - in un bilancio pur in rosso per 234 milioni, ben 326 ne toccavano agli armamenti e solo per spese "ordinarie"; ma poi, grazie agli stanziamenti "straordinari" si arrivava un quarto dell'intero conto pubblico, poiché in quei giorni fra i nostri governanti si almanaccava niente meno che di spezzare le reni alla Francia! Già allora le "rimesse" degli emigrati erano quindi una voce importante e addirittura ambita. Si giunse perfino a incentivare la fuga dalla patria. E anche con quelle rimesse si finanziarono non solo un'economia traballante e squilibrata, ma anche le avventure imperialistiche più sballate e spesso fallimentari. Dal 1860 in poi, nessuna nazione dichiarò mai guerra all'Italia, a menar le mani abbiamo sempre iniziato noi.
Con il fascismo la musica cambiò. Nel senso che l'emigrazione era scoraggiata in tutti i modi, anche se le "rimesse" continuavano ad essere le benvenute. Ma quanto bisogno avesse la gente di andarsene lo si vide in piccolo con le bonifiche pontine e in grande con l'Africa. Ci voleva la raccomandazione del partito per poter essere fra quei privilegiati che potevano andare a inventarsi un futuro.
Nel dopoguerra le braccia italiane all'estero servirono addirittura come merce di scambio per ripagare i danni della guerra che noi avevamo voluto. E per iniziare la ricostruzione e gettare le fondamenta del boom. Ma anche con il pil che schizzava al +5%, l'oscar alla lira e le rimpinguate riserve auree di Bankitalia, i proventi delle "rimesse" continuavano ad essere esaltati assieme agli altri brillanti risultati del paese. Ancora nei primi anni '70 i telegiornali li scandivano periodicamente, con l'acquolina in bocca, quei milioni di marchi e di dollari "proventi del lavoro italiano all'estero".
Ora, che l'Italia invece di scacciare gente l'attira, ci andiamo ripetendo che "noi eravamo diversi", "noi portavamo la civiltà". Qui invece arrivano canaglie. E noi, ultimi in Europa a dover affrontare il problema, scopriamo che c'è perfino qualcuno che fa fatica ad adottare di punto in bianco i nostri usi e costumi. Eppure, quando andiamo all'estero, siamo orgogliosi di quei nostri connazionali che hanno saputo conservare le loro, le nostre "radici". Finché, arrivando non a Little Italy o al quartiere a luci rosse di Amburgo, ma nel deserto australiano, là dove migliaia di italiani vivono sotto terra per scavare gli opali, ci si sente riferire che per lavorare lì basta pagare il pizzo all'esimio connazionale, quello dell'unico albergo e unico drugstore.. e a quel punto si vorrebbe sprofondare giù, giù, fino alla fine delle caverne degli opali...

 

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