Gocce di Tsunami leghista sul Palas

RIMINI - Notizie satira - ven 06 ago 2010
di Nando Piccari

Il vice-ministro Castelli ha "ispezionato" il Palacongressi
Cronaca di un'apocalisse annunciata

Mi vergogno a dirlo, tanto che all'inizio ho cercato di nasconderlo perfino a me stesso, ma devo confessare che venerdì mattina, aprendo i giornali, ho provato un istintivo moto di umana solidarietà per il povero semi-ministro Castelli, impietosamente immortalato la sera prima mentre, con l'aria spaesata di chi sembra chiedersi "ma perché sono qui?", scrutava dal marciapiede sottostante il Palacongressi in avanzatissima fase di costruzione stagliarsi contro la luce del tramonto. Gli era a fianco il ciondolante on. Pini, con quello sguardo assonnato che in fotografia non rende giustizia alla sua vivacità di pensiero, il quale lo fissava ingrugnito, come se pensasse: "Cosa aspetta a buttarlo giù? L'ho fatto venire apposta! Va a finire che mi fa fare la figura del pirla, come dicono dalle sue parti."

Sì, perché il malcapitato Castelli sarà anche leghista, ma contrariamente a Pini sa che il mondo non comincia a Meldola e non finisce a Santa Sofia; così, di fronte all'incalzare dei giornalisti si limitava a rispondere, con un imbarazzato giro di parole, che lui non era in grado di confermare alcunché del can-can di ostili pregiudizi messo in atto dal rumoroso deputato forlivese; che nei confronti di quel cantiere il suo ministero non ha poteri di controllo; che si augurava che tutto fosse a posto e ricordava al Presidente della Fiera di chiedere per tempo i permessi necessari. Tant'è che Cagnoni, dando sfoggio all'indomani di una alquanto perfida cortesia, ringraziava Castelli per essersi preso il disturbo di venire fino a Rimini a dargli quel decisivo suggerimento, dicendosi nel contempo rammaricato per non esserne stato avvertito; altrimenti, anziché lasciare che il vice-ministro "ispezionasse" il Palas dal di fuori, "a naso in su", lo avrebbe fatto entrare con i dovuti onori.
In una delle foto si scorgeva anche il leader dei legaioli indigeni, Diotalevi; colui che nei giorni precedenti, per aggiungere un goccio di cultura alla bile che Pini andava versando contro il Palas, aveva citato nientemeno che Fellini, chiamandolo solo e ripetutamente "il Maestro", con la stessa servizievole deferenza con cui, in certe parti d'Italia, si usa chiamare "Dottore" chiunque indossi giacca e cravatta.
Ma nel drappello di protagonisti e testimoni di quel serale mini-assembramento padano, ancora più affranto di Pini appariva il giornalista de "La Voce", il quale andava annunciando da settimane la venuta di Castelli come una sorta di anticipazione riminese dell'apocalisse che, secondo taluni studiosi di fondi del caffè, ci travolgerà tutti il 21 dicembre 2012. Egli sapeva di essere atteso con impazienza in redazione, dove Farrel aveva insistito per condividere con i colleghi l'ultimo suo brindisi della giornata e dedicarlo all'avvenuta cancellazione del "Palacongressi comunista", dopo che i precedenti undici li aveva riservati a festeggiare la condanna di Gianfranco Fini alla "fucilazione mediatica alla schiena", pronunciata quello stesso giorno a Palazzo Grazioli dal "tribunale del popolo della libertà" e prontamente eseguita dal plotone d'esecuzione che Feltri aveva già posizionato al poligono di tiro del "Giornale". Dove trovava ora il coraggio, il pur ardito Monti, di riferire che il tanto sbandierato tsunami leghista del 29 luglio contro il Palas altro non era che una pisciatina sul marciapiede?

 

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