La leggendaria equipe della Faber
Storie e personaggi del nostro sport
Chi erano gli otto giovanotti che posano in una foto sbiadita dal tempo?
All'origine di tutto è stata una pliocenica fotografia color seppia nella quale sono ritratti, i ciclisti della "equipe" riminese FABER. Otto giovanotti posano, impettiti, di fronte ad una bicicletta uscita dal prestigioso atelier di Amedeo Daini (il quale adottava il marchio FABER), che per tanto tempo ebbe sede nella centralissima Via Garibaldi. Di sicuro venne scattata negli anni 20. Improvvisato detective, sono riuscito, in parte, ad attribuire un nome ai baldi e sorridenti atleti. La mia smania di nomenclature, la mia passione (o forse si tratta di senilità) per le memorie più lontane, mi ha condotto sulle tracce di due ciclisti (entrambi originari di Corpolò) le imprese dei quali, hanno accompagnato, insieme alle avventure dei pirati malesi, ed alle sparatorie di Pecos Bill, la mia infanzia: Mario Semprini ed Ivo Pozzi. Ma procediamo con ordine.
Nella foto, iniziando da sinistra sono ritratti: 1) Guglielmo Canducci di Rimini; 2) Aurelio Ricci di Corpolò; 3) ?; 4) Ivo Pozzi di Corpolò; 5) Mario Semprini di Corpolò; 6) ?; 7) Aurelio Protti di Casale; 8) ?. Mario Semprini, nato il 21 novembre 1905 era un uomo rude, formatosi ai più impervi lavori, sopportò fatiche sovrumane per poter soddisfare minuti bisogni. La bicicletta, prima che divertimento fu indispensabile strumento di lavoro. Quando si accorse che sui dieci chilometri che separano Corpolò da Rimini riusciva a lasciare tutti con estrema facilità, pur affondando le ruote nella polvere dell'orribile careggiata, pensò che poteva camparci in quel duro lavoro. Era forte, aveva il viso aperto e gioviale , sotto il blusotto inzaccherato di calce era possibile scorgere il torso robusto. Le gambe ben modellate erano quelle del faticatore. Partecipò, pertanto, ai tanti tramagli che domenicalmente venivano organizzati. Di quelle corse poco sappiamo. Ad ogni arrivo si trovava sempre l'appassionato disposto a scucire le trenta lire del primo premio. L'eco delle sue vittorie si irradiò nelle città limitrofe. Primeggiò oppure ottenne piazzamenti nelle più dure competizioni. Suoi avversari furono Enea Dal Fiume, Agenore Cenci, Michele Gordini (lo scarriolante di Cotignola), Pietro Bestetti. Tentò poi l'avventura tra i professionisti e da "isolato" prese parte a quattro giri d'Italia. Nel 1928 si classificò 36° a quasi cinque ore di distacco dal vincitore Binda, nel 1930 finì 40°, nel 1931 39°, nel 1932, dopo aver accusato un grave distacco nella seconda tappa: 1h 36' si ritirò, per problemi fisici. Era il 18 maggio. Continuò ancora a correre. Quindi si trasformò in meccanico. Insieme al fratello Ilario aveva aperto un negozio (tutt'ora esistente) a Rimini nel Borgo Mazzini. Poi, un malaugurato incidente (la rottura del manubrio) lo rese zoppo. Morì il 28 settembre 1982. Lo rivedo ancora nel suo antro, scorbutico e torvo, tutto intento ad assemblare ruote che avevano la perfezione dell'O di Giotto.
Sempre di Corpolò era Ivo Pozzi. Figlio di un agiato macellaio, divenne anch'egli vittima della passione per il pedale. Per il padre, Ivo, nato nel 1912, era un figlio degenere. Ivo, nero come uno scarafaggio, amava la salita e quando la terra si alzava sotto i piedi egli, preso da un' irrefrenabile furia agonistica, partiva deciso lasciando dietro di sé anche i più blasonati dilettanti del tempo. Battè in più occasioni Bartali, Bini; Bizzi, Farolfi. Ma era strano. In certe corse si eclissava, ciondolando nelle retrovie, abulico e passivo. Non divenne professionista. Poi, come era giunto alla notorietà, si ritirò. Appesa la bici al chiodo si mise dietro il bancone e continuò il commercio del padre. Oggi,a Corpolò, proprio lì dove un tempo c'era il negozio di macellaio, i discendenti di Ivo Pozzi, gestiscono un rinomato ristorante: La Caserma.
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