Il Decalogo dei decaloghi

RIMINI - Notizie cultura - mer 28 lug 2010
di Lorella Barlaam

Le "dieci parole" che non finiscono mai di dire
Da Cecil B. De Mille ai "Filosofi sotto le stelle "di Cervia

A leggere "Decalogo" vi vengono in mente "I dieci comandamenti" di Cecil B. De Mille (1956, con il roccioso Charlton Heston nei panni di Mosè) o "Dekalog" di Kieslowski, la raffinata serie di 10 film che impose il regista polacco all'attenzione europea nel 1988? Nell'un caso o nell'altro, se vittime di cinemini d'oratorio o di più tardi (e forse non meno penitenziali) cineforum d'essai, nella vostra coscienza profonda sin dal catechismo infantile allignano le "parole" di questa lista. Che è diventata l'enumerazione dei precetti per antonomasia. Basta cliccare su Google: Altromercato: il decalogo. Il decalogo del Bed&Breakfast. Il decalogo dell'allattamento e quello anti-zanzare. Eccetera eccetera. Così, la forma del "decalogo" spande la sua aura sacrale e prescrittiva in contesti disparati.
Un sintomo. Del fatto che, più seriamente, di quelle "dieci parole" nella coscienza occidentale ciclicamente riaffiorano l'attualità e la problematicità. Che non è solo teologica, ma filologica e filosofica, e chiede di investigare sulle sue interpretazioni. Questo spirito del tempo lo coglie Cervia con "Decalogo: le dieci parole", quinta edizione di "Filosofia sotto le stelle". Quattro serate, dal 28 al 31 luglio: protagonisti, otto tra gli autori che ne hanno scritto sull'ultimo numero di "Panta", uscito da Bompiani in maggio: "Decalogo", curato da Massimo Donà e Raffaella Toffolo. Una monografia che riattualizza e indaga i comandamenti attraverso i contributi di grandi personalità della cultura, riflettendo sul senso del Decalogo nel suo insieme e analizzando i singoli Comandamenti e i "decaloghi" che possono ancora scaturirne. A Cervia disquisiranno su questo fondamento dell'ethos occidentale i filosofi Massimo Donà (Le dieci parole) ed Elio Matassi (Non desiderare la donna d'altri, 28 luglio), Andrea Tagliapietra (Non dire falsa testimonianza) e Vincenzo Vitiello (Lo Shabbath, 29 luglio), il giornalista Antonio Gnoli (Onora il padre e la madre) e il sociologo e islamista Khaled Fouad Allam (Non avrai altro Dio al di fuori di me, 30 luglio), i filosofi Umberto Curi (Lost in translation) e Marcello Veneziani, (Tra l'essere e il niente, scommetti sull'essere, 31 luglio). Il tutto nell'agorà di piazzale dei Salinari, dalle ore 21.00.
Decalogo (le "dieci parole" in greco) o i "dieci comandamenti" (devarim in ebraico significa sia parole che comandamenti) sono i precetti scritti da Dio "con il Suo dito" sulle Tavole della Legge, consegnate a Mosè sul Sinai. Scaturiti da un faccia a faccia (dià-logos) che stabilisce un patto d'alleanza. Se ne parla nell'Esodo 20, 1-6 e in Deuteronomio, 5, 6-10, con alcune varianti. La tradizione cattolica, da Sant'Agostino - che divise i "doveri verso Dio" (i primi tre) dai "doveri verso gli uomini"- fino alla codificazione settecentesca di S. Alfonso Maria dè Liguori, si discosta da quella ebraica e fa dei Comandamenti un "sommario" di teologia morale. Per cui il sesto, "Non commettere adulterio" viene riferito a tutti gli "atti impuri". La summa evangelica è «Ama il Signore Dio tuo e il prossimo tuo come te stesso.» (Mt 22, 37-39, ma già in Levitico 19, 18 la prescrizione dell'amore per il prossimo), la risposta di Gesù alla domanda "qual è il più grande comandamento della Legge?", che sposta su un piano orizzontale l'asse del rapporto tra l'uomo e Dio, tra uomo e uomo. Altro che vocaboli scolpiti una volta per tutte nella roccia: dal Decalogo, le dieci parole fondamentali delle religioni rivelate, scaturiscono sempre nuove letture. Oggi più che mai: forse perché, come scrive Pierpaolo Antonello, "l'uomo non vive mai senza il sacro", e avverte il vuoto dei surrogati offerti dalla "società dello spettacolo"? Un altro indizio del rinascere odierno dell'interesse, anche nei non credenti, una recente collana de Il Mulino, "I comandamenti", che li scandaglia uno ad uno facendo dialogare voci diverse. Chiedendoci, già nella quarta di copertina, se siano "icone del passato o principi validi in ogni luogo e in ogni tempo". Nel primo dei tre volumi editi, "Io sono il Signore Dio tuo", il filosofo Massimo Cacciari e il teologo Piero Coda si interrogano sul significato originario del Nome divino, che ne rivela l'essenza - "Io sono colui che io sono" - l'unicità e l'intenzione di alleanza col popolo di Israele, "in cui è Dio stesso a presentarsi", e di cui è conseguenza il secondo comandamento, che vieta di pronunciarne invano il nome. "Non rubare" è affidato allo storico Paolo Prodi e all'economista Guido Rossi, di "Onora il padre e la madre" scrivono Giuseppe Laras, professore di Storia del pensiero ebraico alla Statale di Milano e la sociologa Chiara Saraceno. "La carta degli uomini liberi", così G. Auzou ha definito il Decalogo. Volete altri dieci buoni motivi per rifletterci su?

 

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