Intervista a Francesco Bianconi
Baustelle, cult-rock tra inezia e Zolla
In concerto ad Urbino il 30 luglio e a Rimini il 25 settembre
Nascono a Montepulciano nella prima metà dei fosforescenti anni 90 e da subito affascinano e in certi casi spiazzano pubblico e critica per la loro originalità e capacità di miscelare con gusto e ricercatezza molteplici stili musicali in testi dal linguaggio fisico, crudo e insieme aulico. Il 30 luglio saranno ospiti del Festival Frequenze Disturbate di Urbino per presentare il loro nuovo album, I Mistici dell'Occidente, che è fra i dischi più venduti. Questo è il vero miracolo dei Baustelle: schizzare in cima alle classifiche ed affiancarsi a Lady Gaga con un album impegnato e politico che prende il titolo dall'antologia di Elémire Zolla, uno studioso di mistica medievale (che forse non tutti conoscono...).
A Francesco Bianconi, voce del gruppo e autore dei testi, chiediamo il perché di questo omaggio a Zolla
«È stato un incontro casuale, io non conoscevo questa antologia e nemmeno Elémire Zolla che poi ho scoperto essere morto e sepolto nella mia terra, a Montepulciano. È stata una strana, magica coincidenza, ho trovato il volume in libreria e, incuriosito dal titolo, ho cominciato a leggerlo e mi sono accorto che alcuni mistici medievali, ma addirittura anche filosofi precristiani, si sono posti le mie stesse domande su quali siano i valori importanti per la vita dell'uomo in maniera estremamente attuale e consolatoria. Il titolo della canzone omonima al disco in realtà è un omaggio a uno scritto di Jacopone da Todi contenuto nell'antologia».
Un vostro segno distintivo è il plurilinguismo: spesso siete stati "tacciati" di abusare di citazioni letterarie, cinematografiche e musicali in testi sostanzialmente crudi e d'impatto. È una provocazione voluta?
«Non è tanto voluto, i modi di scrittura dipendono da ciò che si è letto, ascoltato in precedenza. In realtà la mia opinione è che i testi dell'ultimo disco siano meno citazionisti, con meno sovrastrutture e giochetti linguistici, più diretti e sinceri. Mi piace sempre cercare i contrasti fra espressioni del linguaggio comune e altre più ricercate».
A cosa è dovuta questa epurazione?
«Forse è dovuta al fatto che sono cresciuto, invecchiato, mi sono stancato di fare quello che si mette a tavolino a creare giochi linguistici, avevo urgenza di dire certe cose e di dirle senza troppe intermediazioni e citazioni».
Ci sono superstiti in questo processo di filtraggio?
«Tutto sopravvive, non rinnego nulla del mio bagaglio culturale, continuo ad amare gli stessi autori di un tempo e a scoprirne nuovi. Semplicemente ho scritto delle canzoni più spontanee, fra il cuore e il testo ci sono state solo meno sovrastrutture».
Il primo singolo estratto dall'album s'intitola "Gli spietati", a chi attribuiresti questo epiteto oggi?
«Francamente non lo so, gli spietati della mia canzone non sono dei cattivi, sono quelli che provano a pensare a come potrebbe essere la vita senza la sofferenza derivante dal vivere le passioni. È un tema vecchio, in ogni religione orientale ma anche occidentale (penso alle scuole filosofiche greche dello Stoicismo e del Cinismo) c'è sempre stato questo anelito al distaccamento dalle pulsioni materiali e passionali, alla pace dei sensi. Noi abbiamo ripreso questa questione interrogandoci sulla possibilità di trovare pace e felicità attraverso una sorta di Nirvana, di distacco dai sensi e dalle emozioni».
Nel brano "Le Rane", il secondo singolo, si condanna l'apatia. Quali sono le conseguenze del lassismo che deplori?
«L'inerzia è un po' il leit motiv di tutto il disco: siamo diventati troppo pigri, c'è una pericolosa sorta di qualunquismo diffuso. In particolare denunciamo ciò ne "La canzone della rivoluzione" dove sproniamo all'azione, anche solo intellettuale. Siamo tutti addormentati, prendiamo come vero tutto ciò che i media ci propinano, non abbiamo mai il coraggio di indignarci. In questo disco si esprime proprio la volontà di riappropriarsi del gusto dell'analisi e della critica».
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