La cittą divorata dall'acqua

Rimini - Notizie Borgo San Giovanni - mer 14 lug 2010
di Alessandro Carli

Intervista a Daniele Bagnaresi, "casco bianco" in Bangladesh durante l'uragano Aila
La vita alla Missione e l'arrivo del ciclone

L'attualità dei terremoti e delle catastrofi naturali commentati dalla voce del dottor Daniele Bagnaresi, giovane riminese laureato in antropologia culturale che nel dicembre del 2009 - ospitato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII - ha trascorso quasi un anno in Bangladesh.
In che vesti è andato in Bangladesh?
"In Bangladesh sono stato in virtù di ‘Casco Bianco', vale a dire sotto il Servizio Civile Nazionale all'Estero. Sono stato ospitato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII presente in Bangladesh da più di dieci anni. Credo sia una buona opportunità offerta ai giovani per conoscere realtà difficili e ampliare le proprie conoscenze e giudizio critico, anche nei confronti della nostra società. Appena arrivato in Missione, ho dovuto cercare un mio posto al suo interno. Visto che sono abbastanza bravo a lavorare al computer, abbiamo deciso che lavorassi in ufficio. Mi occupavo principalmente del progetto adozioni a distanza, delle relazioni con il ‘pubblico' (se così possiamo definirle), sviluppo progetti, sistemi informatici, fotografia. Ho scritto anche articoli per il sito di ‘antenne di pace', che raccoglie le esperienze di tutti i Caschi Bianchi all'estero; possono essere trovate al link http://www.antennedipace.org/antennedipace/indici/ind_26.html. Ad ogni modo il lavoro non consisteva solo in questo, vi erano situazioni quotidiane da affrontare, come tenere fermi gli epilettici, stare con i bambini, verniciare e avere a che fare con i malati psichici. Bisogna essere pronti a tutto in posti come questi e sapersi adattare alle evenienze".
Qual era la sua giornata-tipo?
"La mia giornata tipo prevedeva mi svegliassi intorno alle otto, per poi bere un caffè e andare nell'ufficio all'interno della Missione. L'orario di lavoro (molto labile) prevedeva lavorassimo come gli altri dipendenti che lavoravano per la Missione, dalle 9 alle 12 e poi il pomeriggio dalle 15 alle 18. La Missione l'hanno scorso era composta da cinque case famiglie (sono case comunitarie, dove vengono accolte persone con problemi vari) e contava un centinaio di persone. Solitamente il pranzo lo facevo nella casa dove alloggiavo, composta da una ventina di ragazzi accolti. Poi ogni tanto ci si rilassava all'aperto, in camera, si andava al mercato del villaggio, oppure dentro un'altra struttura - che consisteva in cucina, sala da pranzo e salotto - in cui cenavamo prima di andare a vedere un film in salotto e concludere così la giornata. Il pomeriggio si cominciava alle 15, dunque ancora caffè e poi ancora in ufficio fino alle cinque sei, orario in cui avevo (assieme alla mia compagna di viaggio) lezioni di bengalese oppure impartivo lezioni di italiano. È difatti essenziale in un posto come il Bangladesh (soprattutto se si vive in una Missione) imparare la lingua. L'inglese non è molto conosciuto. Detto questo, tendo a precisare quanto ogni giornata fosse in fondo diversa dalle altre. Molte volte mi capitava infatti di dover uscire dalla Missione o dal villaggio per fare delle commissioni o delle fotografie per progetti o ringraziamenti per finanziamenti ricevuti".
Come ha vissuto l'uragano?
"Quando è cominciato, il 24 maggio 2009, stavo dormendo e quando mi sono svegliato era ancora in atto. È durato quasi una giornata e ha fatto gravi danni in particolar modo alla zona limitrofa alla Missione e al villaggio causando anche diversi morti. Quel giorno sono uscito per scattare qualche foto durante l'avvenimento, la pioggia sembrava cadesse in orizzontale e le palme erano piegate dal forte vento. Un grande albero era caduto in mezzo alla via principale del villaggio e l'acqua ricopriva interamente capanne e parzialmente quei pochi edifici in muratura. Ad un certo punto poi mi sono accorto che la strada che portava alla città più vicina era stata divorata dall'acqua, sembrava di essere stati tagliati fuori dal mondo. A ogni modo, abbiamo capito la reale entità del danno solamente qualche giorno dopo, quando con la barca abbiamo potuto visitare più villaggi portando soccorsi. Alcuni villaggi erano stati spazzati via completamente. È difficile raccontare le sensazioni di quei giorni. Ancora oggi credo che la Missione si stia dando da fare per riparare ai danni di Aila (il ciclone)".
Che idea si è fatto del terremoto che ha colpito la Cina? E del vulcano islandese?
"Penso che le calamità naturali come queste recenti in Cina, Islanda, ma anche Cile e Abruzzo siano purtroppo inevitabili. Non abbiamo controllo sulla natura, ma spero che un giorno i nostri successori riescano a condurre una vita meno imprevedibile della nostra . In questa epoca tecnologica stiamo ingaggiando una lotta contro di essa per assoggettarla ai nostri voleri e questo ci porta spesso a vedere la ‘natura matrigna', una cosa come una cosa da noi staccata. Dovremmo cercare di recuperare questo contatto. Aggiungo inoltre che purtroppo drammi come questi non li si può capire se non li si vive personalmente. È brutto dirlo, ma il concetto è lontani dagli occhi, lontani dal cuore e spesso questi fenomeni accadono in paesi già sfortunati. Siamo comunque ben radicati in questo pianeta, questo è provato dal fatto che la popolazione mondiale sia in aumento e che si sia dovuto ricorrere a strategie di controllo demografico, quindi a meno che il mondo non finisca nel 2012 (ironico, ndr), resisteremo a terremoti, eruzioni e inondazioni come abbiamo sempre fatto".

 

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