Al Ravenna Festival in scena il kolossal di Peter Stein
Un giorno da demòni
Dodici ore di spettacolo: il diario di una "spettatrice senza qualità"
Si parte da lontano per arrivare al PalaCosta di Ravenna, dove il 27 giugno ci aspettano "I demòni" di Peter Stein. Dodici ore di spettacolo, Premio UBU 2009, repliche annunciate nei maggiori festival in giro per il mondo, un percorso di preparazione che, per rigore e ostacoli superati, è già un piccolo mito teatrale. Con un regista che è un'icona europea, e una messa in scena quasi integrale del romanzo di Dostoevskij (1871). "Io guardo all'opera originale", ha raccontato Stein. "Se richiede tempo, glielo concedo." Mentre andiamo, scopro che ognuno dei miei compagni d'avventura ha tessuto una sua rete di letture per catturare quanto più può di quello che andiamo a vedere. Io non ho preparato niente. Ho sul comodino la vecchia edizione BUR dei miei vent'anni, ma niente riletture: ho deciso che voglio solo esserci. Farmi sorprendere. Essere spettatore. In macchina, rimbalzano i titoli degli spettacoli di Stein: e ti ricordi il Principe di Homburg? E tu c'eri alla Pentesilea? Succederà con ogni nome che nel corso della giornata verrà fuori. Spettacoli di cui ho solo letto, che per me sono diventati macchine per pensare, tracce dei Maestri, che si incarnano in un incontro, semplicemente vita vissuta. Io ascolto e bevo ogni parola. Dal finestrino scorrono i girasoli, tutti disciplinatamente girati verso est.
C'è traffico, per arrivare a Ravenna.
Davanti alla biglietteria, una piccola folla ibrida, a metà tra quella dardeggiante occhiate e saputa degli Eventi e l'assembramento di turisti carico di borse che parte per una gita. L'impressione resta, entrando. Il palazzetto non ha nessuna aura: una palestra di quelle scolastiche, sedili stretti e scomodi arrampicati nella gradinata ripida, strategie del pubblico - gli spettatori costituiscono ancora nuclei separati e vagamente belligeranti - alla ricerca del posto migliore.
Ci arrampichiamo sino in cima, dove ci sono le porte di sicurezza che garantiranno un refolo d'aria a intermittenza, nel corso della giornata, che entrerà insieme al mediterraneo frinire delle cicale, al crepuscolare zirlo dei merli a sera, al fragoroso altoparlante che annuncia le gare dell'ippodromo lì accanto. Quest'ultimo, decisamente spoetizzante.
A poco a poco nasce la comunità
Da subito, scopriamo che la paventata ordalia del dodici ore dodici di spettacolo in realtà sarà costituita da una serie di tappe di un'ora e mezza ciascuna, con due intervalli lunghi per pranzo e cena, e soste più brevi. E ben presto ci accorgeremo che il buffet allestito ogni volta è davvero luculliano, che non si fa in tempo a mandar giù il biscotto del coffee break che è già l'ora del corteo squisito dei vassoi del pranzo, e un sottile senso di irritazione comincerà a farsi largo in me (insieme a qualche crollo degli spettatori intorpiditi dal caldo e dalle calorie ingurgitate): non si fa in tempo a "entrare" in una scena, che suona la campanella e pavlovianamente si scende a mangiare.
Col passare delle ore il pubblico si fonde si plasma insieme si democratizza: scarpe vengono sfilate, appaiono canottiere, lo sventolare dei programmi porta un po' di sollievo all'afa. Si crea una specie di cameratismo, fioriscono complicità davanti ai bagni, scambi al buffet... a ogni intervallo, ci ritroviamo, a fare il punto, a raccontare un pezzetto di vita, una pagina letta. Nasce una piccola "comunità teatrale", una condivisione profonda tra pubblico e attori in scena diventa poco a poco tangibile.
Perché proprio "I demòni"? "E' il romanzo più politico di Dostoevskij" spiega Stein nel libretto di sala, "in cui l'autore anticipa il sangue del totalitarismo e del terrorismo che ci perseguita ancor oggi. Con un personaggio assolutamente attuale nella sua indifferenza, nell'assenza di ideologie e di idee: Stavroghin". La trama del romanzo prende l'avvio da un fatto di cronaca: il ritrovamento a Mosca, in un laghetto ghiacciato, di uno studente ucciso dai compagni della sua cellula rivoluzionaria, che ne temevano il tradimento. Il senso ultimo è nella parabola evangelica in epigrafe, quella della "legione" dei demoni che, cacciati da un posseduto, si impossessano di un branco di maiali che annegano uno dopo l'altro. Così, scrive Dostoevskij, "i demoni sono usciti dal corpo dell'uomo russo, e sono entrati nel corpo di Necaev e simili. Questi sono affogati o affogheranno di certo e l'uomo, guarito, liberatosi dai demoni, siederà ai piedi di Gesù". Demòni che si incarnano nel corpo dei giovani, dei nichilisti, e dall'utopia li spingono alla rovina, ipnotizzati dalla possibilità "di invertire violentemente il corso della storia".
Sotto il torchio di Dostojevskij
Demòni come Matrioscia, la bambina stuprata da Stavroghin, che, suicidatasi, continua ad apparirgli, senza perdono. Stavroghin: il personaggio "né caldo né tiepido", enigma affascinante che è al centro delle vicende di tutti, e tutti risucchia nel suo vuoto. "Stavroghin è il vero male anche del nostro tempo", scrive Stein. Il romanzo di Dostojevskij mette in scena una tragedia, in cui l'azione a ogni giro di vite spreme come un torchio e fa venir fuori l'anima dei personaggi. Che ha come tema il qui ed ora di un accadere, e l'ancora una volta e sempre dell'opposizione tra padri e figli, tra maestri e allievi, tra donne e uomini, tra bene e male. Il degenerare delle utopie e la sincronicità tra educazione sentimentale ed educazione politica. L'impossibilità di eludere la domanda/dio nella ricerca della libertà umana, e la crudeltà perversa che ne nasce, se le risposte sono sbagliate. "Un'opera che sembra attrarre le scene, nei momenti di passaggio di una società", come scrive Renata Molinari. Peter Stein sceglie di dispiegare minuziosamente ogni increspatura del testo, attraverso una compagine di attori italiani di grandissimo livello - su tutti, la Varvara Petrovna di Maddalena Crippa e lo Stepan Trofimovič Verchovenskij di Elia Schilton. In una scena spoglia, in cui pochi segni stanno per (un tappeto, un praticabile, un divano, un'icona, i costumi accurati), e sono il corpo e le parole dell'attore a disegnare lo spazio del dramma. L'incontro/scontro dei personaggi prende spesso l'aspetto di un duello, di un corpo a corpo tra diverse ragioni. Da un inizio quasi didascalico - luce naturale, il narratore che entra in scena per raccontare gli antefatti- col progredire delle ore l'azione si rarefà e si condensa, per arrivare alle scene finali in cui il regista ci concede una tragica, teatralissima e astratta bellezza.
E' sera: mentre si leva una luna splendida (che ci inonderà della sua luce siderea quando cercheremo di uscire da Ravenna, improvvisamente labirintica) sulla scena l'apocalisse preannunziata dalla parabola si compie, e l'agnello-Satov è inutilmente sacrificato, dopo aver evangelicamente accolto come suo il bambino di Stavroghin. C'è un lungo attimo di sospensione, prima che scoppino gli applausi.
Inspirare, espirare.
Poi sembra non finiscano più.
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