Gambon chiude e finisce un'epoca
Fra ricordi personali e memorie collettive
La fine di un locale che era molto più di un'osteria
Pu troppo oggi sono costretto a darvi una brutta notizia. L'Osteria Da Gambon chiude. Ad onore del vero chiude la gestione che durava dal 1974 cioè quella di Castellani.
La storia dell'Osteria inizia prima della guerra. La mette su tal Zonzini, ma è il secondo gestore quello che parte subito dopo il secondo conflitto mondiale, a dargli il nome che conosciamo tutti, cioè Da Gambon: naturalmente, dal soprannome del proprietario. Il resto è storia recente (si fa per dire) con la gestione che ha retto sino ad oggi.
"Mio figlio non aveva più intenzione di portare avanti l'attività così era giusto passare la mano", ci dice Castellani nel locale semivuoto. Come sempre, un conflitto generazionale. un sacco di gente voleva quel posto e chi ce l'ha non lo tiene. Ci sarà sempre un ristorante-osteria in via Montefeltro, ma Da Gambon scompare per sempre, perché probabilmente anche il nome cambierà.
Era un'osteria? Riduttivo. Da Gambon era un pezzo di archeologia sociale. Incredibilmente, l'arredo anni 70 era diventato vecchio e poi vintage senza mai essere dismesso, comprese i due televisori sempre accesi, le suppellettili dimenticate sulle mensole nello stratificarsi degli anni, i mazzi di carte infilate negli scomparti per la vendita della sigarette. Si mangiava su tovaglie a quadretti, con menù da vera cucina casalinga sia nei nomi che nei sapori: la cotoletta, la braciola, i maccheroni, le immancabili tagliatelle, qualche volta la trippa ed il baccalà. Il vino era rigorosamente sfuso servito nei "quartini", il superalcolico era il Varnelli, un rum od un whisky introvabili.
Ma la caratteristica del posto era il popolo dei giocatori di carte che animava il dopo pranzo del locale. Sembravano delle comparse di un film del neo realismo ed invece erano veri, con il "busso e striscio" accompagnati dal quartino di vino rosso. Tutti tranquilli, in ogni modo, sempre vigilati dalla bonarietà di Castellani. Come sempre si litigava solo per una bussata non tornata od un'uscita con l'asso secondo.
Andavo lì a mangiare con mia figlia ed i ricordi si sprecavano, uno in particolare, quello di mio padre morto quando avevo sette anni, pochi per radicare la complicità genitore-figlio.
Amarcord, noi abitavamo in via Gambalunga, all'angolo con via Roma di fianco alla Casa di Cura Contarini (oddio un rudere anche questa!!!) e si partiva a piedi, io per mano a mio babbo, ricordo era "zoppo" ad una gamba non ho mai capito se per la tbc ossea o per una caduta in moto, ma era un omone che indossava l'impermeabile ed il cappello a falda larga, portavamo due bottiglioni di vino vuoti, uno lui ed uno io. Si faceva a piedi via Roma, poi via Dante e via Garibaldi, su, su sin dove iniziava la strada per la campagna, per Covignano dove si andava il lunedì di Pasqua. Entravamo da Gambon nell'aria piena di fumo, facce rosse di vino e di freddo. "Professor venga iquè" (mio padre era insegnante), poi il vino che spumava nei bottiglioni, le monete da 100 e da 50 lire per pagare, prima di uscire mio padre mi comprava un boero (se c'era scritto nella carta 1 era festa e se ne vinceva un altro) e ripartivamo nel freddo che veniva su per le ginocchia dai calzoni corti. Ma sta volta i bottiglioni pieni li teneva mio padre e mi diceva: "Luca tieniti con la manina alla tasca dell'impermeabile, non staccarti per nessuna ragione!" ed io concentrato a mantenere la consegna. Chi la fa più tanta strada a piedi, adesso sarebbe un viaggio allora era la normalità, chi ce l'aveva la macchina...
Non ho mai mangiato da piccolo Da Gambon perché non usava, soldi ce ne erano pochi ed i pochi si mettevano via perché se capita uno spino? Ci ho portato mia figlia a mangiare, l'ambiente era uguale anche se non compravamo i bottiglioni di vino sfuso, lei non potrà portarci suo figlio. E' proprio vero quando ci portano via qualche cosa di caro occorre benedire la fortuna di averla avuta.
Chissà dove andranno tutti quelli che giocavano a carte lì nel pomeriggio, speriamo trovino un altro posto. Speriamo.
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