Elogio del "fare la stagione"

RIMINI - Notizie primo piano - mer 14 lug 2010
di Stefano Cicchetti

I ragazzi riminesi fanno ancora i camerieri?
Il lavoro estivo: non solo risorsa economica ma scuola di vita

Con l'esplodere della grande crisi i riminesi, o almeno gli italiani, sono tornati a cercare quei lavori stagionali che ormai stavano diventando esclusivo appannaggio degli stranieri. Così almeno dicono gli addetti ai servizi sociali dei comuni rivieraschi, che vedono sempre più famiglie in difficoltà. E così confermano i sindacati. Ma il lavoro stagionale nel turismo - durissimo, non di rado irregolare - non presenta solo aspetti economici. Soprattutto per i più giovani che ancora vanno a scuola, costituisce da sempre una grandissima opportunità, una delle principali fra quelle che ci differenziano e ci pongono in posizione di vantaggio rispetto ad altre città delle nostre medesime dimensioni, se non più grandi. Non c'è solo, infatti, il lavoro in sé, che altrove non esiste (vedi gran parte del meridione, ma non solo). E non c'è solo la sommetta per cavarsi lo sfizio: per quanto il guadagno sia impiegato in spese apparentemente futili, anche questo è un primo passo per rendersi autonomi dai genitori, per acquisire il concetto stesso di autonomia. Un passo non di poco conto, visto che in Italia mediamente tale indipendenza arriva ormai dopo i trent'anni. Ma soprattutto, si tratta di lavorare nel turismo e nei servizi al turismo. In un settore, cioè, dove in quasi tutte le attività è di fondamentale importanza il rapporto umano. Rapporto che si deve allacciare con persone delle più diverse e lontane provenienze. A quanti ragazzi italiani di 16, 17 anni, vengono offerte di queste occasioni? Quindi non si tratta solo di lavorare, il che sarebbe già una gran bella scuola. Di imparare ad avere compiti da eseguire, responsabilità da sostenere, gerarchie da rispettare, dinamiche di gruppo entro le quali sapersi muovere, obiettivi da raggiungere. Si tratta di crescere. Nel carattere, ma anche nel patrimonio culturale. Che differenza abissale c'è fra chi a 16 anni va a lavorare come bagnino, in un albergo, in un bar, rispetto a chi va nel chiuso di una fabbrica o di un ufficio. Quante persone, lingue, personalità diverse potrà incontrare! Avrà occasione di imparare parole, musiche, giochi. Abitudini, modi di vestire, di impiegare il tempo libero. E, appunto, di lavorare. Non abbiamo dati certi a disposizione. Non sappiamo se davvero "fare la stagione" sta tornando una necessità economica per i giovani riminesi. Nelle fasce sociali più basse probabilmente sì: in una classe dell'Itis che abbiamo interpellato, 20 ragazzi su 29 "fanno la stagione". Mentre in quelle medie e più alte c'è il fondato sospetto che la "paghetta" abbia ormai soppiantato ogni bisogno di rimboccarsi le maniche, perfino in questi tempi difficili. Se così fosse davvero, per il patrimonio culturale complessivo di questa terra sarebbe una catastrofe epocale. Perché non sarebbe affatto un segno di benessere raggiunto, anzi. Vorrebbe dire invece che ci stiamo avviando ad essere quello che ci siamo sempre vantati di non essere: una provincia qualsiasi.

 

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