Tre anni senza Vincenzo Bellavista

RIMINI - Notizie sport - mer 16 giu 2010
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Con lui ancora al timone dove sarebbe oggi il Rimini?

Il Rimini, dopo aver disputato un campionato certamente non esaltante, ha fallito nella assurda roulette dei play-off e per un'altra stagione dovrà pedatare sulle plebee spianate della Prima Divisione (ex Serie C). I falegnami della Cocif, per bocca del loro legale, avvocato Boldrini, hanno annunciato (da tempo) l'intenzione di togliersi di torno, dopo anni nei quali (da soli) hanno speso soldi per dare pallone e circenses al pubblico riminese. Si attende (chi vive sperando....) che arrivi qualcuno a garantire da solo o in compagnia, il futuro calcistico alla nostra città.
Il Cesena, frattanto zitto, zitto, si è assicurato il diritto di giocare il campionato di serie A. Da noi lo stadio è sempre lo stesso; ogni anno più cadente e decisamente impresentabile. Di impianti calcistici dignitosi , nella città di Sigismondo Pandolfo, neppure parlarne. Cosa pensare?
Vincenzo Bellavista, il patron, è scomparso tre anni orsono, il 7 maggio 2007. Indubbio che se ci fosse stato ancora lui le cose avrebbero preso un'altra piega. Diceva il presidente Achille Lauro (Napoli anni 50): "Nel calcio, per ottenere grossi risultati è necessaria una politica di larghezza". Certo che Vincenzo Bellavista, al pari dei principi rinascimentali, spendeva e pensava in grande. Nato il 12 settembre 1943. Vergine in trigono a Giove e Mercurio (il dio che comanda e quello che fa affari), Vincenzo non ebbe tempo per gli studi. Come Muzio Attendolo, gettò la zappa sull'alta quercia, e si diede a sgobbare nelle cooperative. Salì tutti i gradini del cursus honorum, fino ad insediarsi al vertice della Cocif di Ponte Ospedaletto. In gioventù, come tutti, aveva dato calci ad un pallone ed il virus gli era rimasto. Comprò il Rimini, fallito, con uno schiocco di frusta e si mise di buzzo buono per farlo risalire dalla Serie C2 a più alti palcoscenici. Fu un lungo calvario. Passarono anni e con essi continue delusioni, fino all'incontro con Acori, un omarino dalla lingua sciolta che riuscì, a portare in breve il Rimini in serie B. Non aveva lesinato sugli acquisti Bellavista e i supporters locali fecero festa (sempre così quando le cose vanno bene) e lo acclamarono. Era la gratificazione che andava cercando. Compariva nelle televisioni locali: rimproverava i cronisti che si mostravano neghittosi, trattava con superiorità paterna i gazzettieri che si prostravano ai di lui piedi, lanciava sibillini avvertimenti, disquisiva di tecnica calcistica, scivolando magari su qualche congiuntivo o su qualche struttura sintattica.
E come i principi del ‘500, teneva la propria corte. Era un grande onore essere invitati ai suoi banchetti in quel di Longiano. Dalle parti di Rovigo, nel Polesine, aveva una riserva di caccia. Bellavista, amava esibirsi nel tiro agli acquatici. Sparava con un prezioso automatico che faceva tanto fino appetto alla "schioppa" fracassona del padre. Una mattina, sotto il naso gli ammazzai un germano che scendeva in picchiata. Si voltò verso di me con sguardo truce ed iniziò a maledire alla mia fortuna. "Non faccio parte della corte - mi ribellai - per nessuna ragione al mondo mi sarei astenuto dal colpirlo: doveva sparare prima". Non mi invitò mai più. La più grande disgrazia per la Rimini Calcio è che questo uomo umorale ed ambizioso ci abbia lasciato.

 

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