Sul palco con i Muse
L'8 giugno a San Siro
Diario di una serata al fianco di Matt Bellamy e soci
A San Siro ero stato diverse volte. Sempre e solo per amore. Per amore di due colori che mi accompagnano fin dalla nascita: il rosso e il nero. Ogni volta che entravo in quello stadio lacrime ed emozione avevano il sopravvento sul bambino che sognava un giorno di calcare quel prato davanti a 70mila persone.
Esistono sempre sogni di scorta però, per esempio entrare sul palco ad aprire un concerto rock con lo stadio tutto esaurito credo non sia così male. Poco importa se non sei tu il leader del gruppo e il tuo compito e quello delle altre 59 comparse è solo quello di sventolare delle bandiere e tenere dei cartelli in mano, quello che conta è l'emozione, l'adrenalina che quel momento ti regala.
Martedì 8 giugno era in programma a San Siro l'unica data italiana dei Muse, il gruppo alternative rock britannico proiettato al successo planetario dall'ultimo "The Resistance" dopo l'esplosione del 2006 con "Black Holes and Revelations". Qualche giorno prima, in pieno delirio lavorativo, è arrivata la chiamata dall'alto: "Mi servono sessanta comparse per aprire il concerto dei Muse a San Siro, pensaci, se sei interessato dillo a chi vuoi e mandami un messaggio con nome, cognome e data di nascita entro la giornata". Pensaci? Entro la giornata? Dopo 34 secondi è partito l'sms con tutti i miei dati ed è cominciato il tam tam di telefonate agli amici per divulgare la lieta novella. Martedì all'una ci siamo ritrovati in 9 al casello dell'autostrada e siamo saliti sul pullman che ci avrebbe portato dritti dritti a coronare il sogno (con altri 5 sfortunati che, ahi loro, avevano un semplice biglietto di primo anello).
Ore 18 arrivo allo stadio, incontro con la produzione del concerto che ci spiega in inglese cosa avremmo dovuto fare. Qualcuno capisce, qualcuno meno, ci vengono date le magliette e altri accessori (bandana, passamontagna, mascherine) per insegnare una "finta" rivolta sul palco qualche secondo prima dell'inizio del concerto. Alle 20.30 siamo dietro al palco dove ci vengono consegnate anche bandiere e cartelli. Da qualche spiraglio si intravedono le gradinate e il prato. E' un delirio, un'energia contagiosa pervade l'aria, 62mila persone attendono i Muse. Io chiudo gli occhi per un attimo e immagino che aspettino me, non è vero? E chissenefrega. Alle 21.15 il capogruppo fischia, si può partire, comincia il sogno. Sfiliamo ai fianchi del palco, un muro di gente tutto intorno, sale il rumore assordante, il pubblico capisce che il concerto sta per iniziare, le prime file ci toccano come fossimo delle star. Sventoliamo bandiere per 20 secondi, ci guardiamo e osserviamo la bolgia, poi arriva la prima nota di "Uprising" che pone fine al sogno, il capogruppo si sbraccia e ci rimanda in punizione dietro al palco. Breve ma intenso. Come tutti i sogni.
Poi tutti sul prato a godersi lo spettacolo insieme ai "comuni" spettatori, con la voglia di dire a tutti "lei non sa chi sono io", "non mi riconosci?". No, non mi riconoscono. E ri-chissenefrega, sul palco c'ero io e la mia emozione per avere vissuto il mio sogno di scorta.
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