ARTICOLI IN ARCHIVIO

mer 13 gen 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Costantini Claudio

Ricostruire un passato, ancor più quello recente, non è opera sempre facile. Sono tutt'ora vivi molti dei testimoni che quel periodo hanno vissuto e visto con i propri occhi e lo ricordano secondo la propria esperienza, il lavoro, le passioni, la cultura, il caso che ha spesso determinato nel bene e nel male le scelte di vita. Manlio Masini con il libro Eravamo i burdèll di prét (Panozzo Editore), ricostruisce la storia di una comunità, quella cresciuta all'inizio del ‘900 attorno alla chiesa di Maria Ausiliatrice, l'oratorio e la scuola dei Salesiani e dell'istituto delle figlie di Maria Ausiliatrice. Un nuovo quartiere, un area che si estendeva dalla ferrovia al mare, dall'Ausa a Bellariva per molti aspetti autonomo che aveva come punto di riferimento "non il vecchio ‘centro storico', quanto il mare, la spiaggia e le attività connesse". Il periodo rivissuto da Masini corre dal 1944, occupazione degli alleati, un città distrutta, ritorno degli sfollati, al 1982 centenario della venuta di Don Bosco a Rimini. I documenti a cui attinge l'autore sono i giornali del tempo, le cronache tenute dalla due comunità salesiane quella delle suore molto più attenta e precisa e quella dei preti, e i ricordi del suo tempo vissuto con i sacerdoti di Don Bosco. I Salesiani - già prima, ma ancor più dal dopo guerra in poi - sono stati punto di riferimento per migliaia di adolescenti, giovani e famiglie, per l'intera comunità di Marina Centro. Leggendo il libro non si ascoltano solo le voci di chi in quella comunità ha vissuto, ma anche quelle di un intera città che uscita dalla guerra costruiva con contraddizioni e contrapposizioni, il proprio futuro.

mer 21 ott 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Era la sede del tribunale del Sant'Uffizio. Ospitava una famosa scuola di filosofia dove studiò (e da cui fuggì) anche il giovane Carlo Goldoni. Giotto aveva dipinto un San Tommaso d'Aquino sulla sua facciata. Vi erano sepolti i grandi della città e conteneva un'incredibile collezione di tesori artistici. Era così grande che le mura della città furono deviate apposta per contenerlo e quando fu trasformato in caserma ci potevano stare seicento cavalli. Eppure del grande complesso dei Domenicani a Rimini non resta nulla. Si fa fatica a immaginare oggi cosa sorgesse circa fra le vie Gambalunga, Tonti, Oberdan e Roma: la chiesa di San Cataldo, lo studium, il convento con i due chiostri, uno dei quali così grande che Roberto Malatesta vi si esercitava nella caccia.
La chiesa di San Cataldo è citata per la prima volta nel 1168, quando già dà nome alla porta urbica che si apre sul Borgo Marina. Di proprietà comunale, nel 1256 fu concessa ai Domenicani, che probabilmente la ricostruirono nel 1278 aggiungendo un grande convento. 

mer 21 ott 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Il Marcheselli (1754) afferma che San Cataldo fu affrescato dai "trecentisti" riminesi, attivi in particolare nella cappella di San Giacinto voluta da Stivivo Stivivi, ufficiale del Comune nel 1313.

Secondo il Vasari, vi operò lo stesso Giotto: "Fece, pregato da un priore fiorentino che allora era in San Cataldo d'Arimini, fuori della porta della chiesa un San Tomaso d'Aquino che legge a' suoi frati". Sempre secondo il Vasari, Puccio Capanna, allievo di Taddeo Gaddi, dipinse "un voto d'una nave che par che affoghi nel mare, con gente che gettano le robe nel mare. Et evvi Puccio di naturale, fra un buon numero di marinari".

 

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Abbiamo già parlato in passato del porto di Rimini in età medievale, ed in particolare dei fasti che raggiunse nel XV secolo con i lavori di potenziamento fatti realizzare da Carlo Malatesta.

Questi lavori comportarono la deviazione del Marecchia alla sua foce, dando alla città l’assetto attuale. Basti pensare che la chiesa di San Nicolò prima dell’intervento di Carlo era sulla sponda sinistra del canale. Ma nonostante sforzi che per l’epoca furono titanici, i problemi si riproposero. Erano principalmente due: alluvioni e insabbiamento.

L’interramento progressivo del porto si evidenziò ancor più nel XVI secolo, soprattutto per il progressivo disboscamento dell’Appennino e per i cambiamenti climatici. Si arrivò dunque a progettare un nuovo porto alla foce dell’Ausa, addirittura capace di 60 vascelli, anche per contrastare il nuovo scalo di Pesaro. Ma tutto restò sulla carta.

 

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

E per altroun seno del mare istesso, posto fra il predetto e il fiume Ausa, formava una mezza luna, capace d’ogni grossa armata; considerò il console che questa grandemente restava offeso da Maestro e Tramontana, venti impetuosissimi, onde vi riparò, acciocché i vaselli non perissero, con una fortissima muraglia, fondata di grosse e vive pietre alla larghezza di meza canna, et altezza d’una intiera, continuando poi con l’alzata con spoglia di mattoni cotti e bitume, e chiara, compastate insieme, insieme ad altre due canne.

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Chi comandava sul porto? Nel 1525 le riforme statuarie cittadine inserirono un capitolo Dell’offitio del Capitano del porto, mentre fino ad allora l’autorità era forse esercitata direttamente dal Podestà.

Il Capitano “ha facoltà di eleggersi un notaio, di rendere ragione alla marinarezza et ai negozianti in quel luogo con la giudicatoria nel criminale, anco degli abitanti, fin’al sangue, che perciò tiene un piazzaro o uno sbirro”: così riporta il Clementini, nel Trattato de luoghi pii e de magistrati di Rimino (1616). Dal 1532 il Capitano venne scelto tra i consiglieri cittadini. Nel 1800 il governo napoleonico nominò “un Capitano del porto per l’amministrativo e per la polizia, e un Commissario per la sanità”. Nel 1815, ritornato il Papa, un Ispettore riunì le due funzioni; gli successe un Commissario di prima classe che dipendeva dal Magistrato di sanità e de’ porti residente in Ancona.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Abbiamo parlato spesso in passato dell’importanza del porto di Rimini nel Medioevo, e in particolare nel XV secolo, grazie agli interventi che apportarono i Malatesta, le cui possenti mura nei pressi del ponte di Tiberio, in corso di restauro, mostrano ancora la loro imponenza.

Ma un porto non è fatto solo dell’approdo: se di una certa importanza, ha cantieri, squeri e tanta gente che vi lavora. A Rimini fin dal ‘300 è infatti documentata la presenza di maestranze addette alla costruzione navale, oltre che al raddobbo e alle riparazioni dei navigli.

Nei documenti archivistici di inizio XVI secolo si registrano diversi calafati, i cui nomi spesso tradiscono l’origine veneta: “mastro Angelo Milzo da Caurlo”, citato in un rogito del 1583, fu chiamato a stimare un naviglio “di tenuta de stare 300 in circa veneziane” nel porto di Rimini. Qualche anno più tardi il figlio Giovanni Maria, fu chiamato ad esaminare un navigium di 400 staia venete: tali valutazioni ci fanno presupporre che si trattasse di calafati tra i più rilevanti di quegli anni.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Nel corso del XIX secolo la carpenteria navale riminese appare in ascesa, in ciò forse favorita dalla costruzione dei primi cantieri al coperto nel 1826, su progetto di Maurizio Brighenti.

In verità, già in età napoleonica si tentò di aprire lo “squero nazionale”, ma l’asta dei lavori andò in un primo momento deserta.

Nel 1831 lo squero e i cantieri di levante vennero venduti a Luigi Lepri, mentre dopo la metà del secolo i cantieri coperti salirono a cinque, sapientemente condotti da maestri d’ascia tra i quali Masini, Magnani, Moroni e Rossini.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Ai cantieri navali si interessò nel XIX secolo Luigi Tonini, il quale dedicò un’intera monografia al porto di Rimini. Nell’opera si cita una pergamena riminese del 1304 dove si parla di un calafato, ossia di un operaio specializzato addetto a rendere impermeabili gli interstizi lignei tra le assi della barca con catrame e stoppa.

Grazie ad un attento esame della documentazione in nostro possesso, possiamo affermare che buona parte delle maestranze che operarono nel porto riminese tra ‘400 e ‘500 provenivano da territori veneti e dalla sponda orientale dell’Adriatico: in particolar modo, sebbene nel ‘400 prevalgano i Dalmati, con il passare degli anni tale tendenza muterà a favore delle maestranze venete che diventeranno prevalenti nella seconda parte del ‘500.

Lo scambio di maestranze tra le due sponde dell’Adriatico non ci deve stupire: gli stessi San Marino e San Leo erano scalpellini dalmati nell’isola di Arbe e si trasferirono a Rimini per la ricostruzione delle mura cittadine. Una tradizione che ben rappresenta la simbiosi in cui vissero i porti adriatici, più legati fra loro che con i rispettivi entroterra.

 

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Per molti secoli l’unica pesca praticata nel nostro mare fu quella costiera.

Solo all’inizio del XVII secolo, con l’aumentata richiesta di pesce – anche a seguito delle più rigide prescrizioni sui digiuni “di magro” imposte Controriforma – e l’introduzione di nuove tecniche, soprattutto di origine provenzale, i nostri pescatori si cimentarono nella navigazione d’altura. Ma queste pratiche richiedevano imbarcazioni più grandi e manovrabili e un cambiamento nelle tecniche di navigazione.

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Fino all’ultimo dopoguerra, il panorama marino dell’Adriatico era reso tipico dalle vele colorate. Un’usanza antichissima, già praticata dai navigatori neolitici del Mediterraneo. Ogni marineria aveva i suoi colori e ogni famiglia i suoi simboli, che formavano una vera e propria araldica. Da noi i colori più usati erano il rosso mattone e il giallo l’ocra, mentre i simboli erano solitamente geometrici e non figurativi, anche se non mancavano le eccezioni. La colorazione era eseguita con tinte facilmente reperibili, ricavati dalle terre. Questo trattamento, oltre a preservare il tessuto, consentiva di identificare da lontano l'imbarcazione. In età moderna, nessun altro colorava le vele se non i marinai adriatici. Con la fine della navigazione a vela, è andata perduta anche questa tradizione, mantenuta in vita solo da pochi benemeriti appassionati come quelli dell’Associazione Vele al Terzo.

 

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Prima delle innovazioni del ‘600, la flotta peschereccia riminese era costituita soprattutto da tratte bragocci, che praticavano più che altro lo strascico in coppia a poche miglia dalla costa. Da un elenco del 1649 apprendiamo che a Rimini operavano già 17 tartane da pesca, cioè . La pesca con le grosse tartane veniva effettuata con mare non troppo mosso e aveva lo svantaggio di un oneroso armamento della barca, del resto poco manovriera. Si pescava “a spontiero”, cioè con due aste poste a poppa e a prua, alle quali erano collegati i capi della grande rete “tartana”, che arava il fondo del mare.

Le tartane adriatiche, in origine, avevano una velatura di evidente origine provenzale, con una grande vela latina e un fiocco detto “polaccone”, mentre gli scafi riproponevano i modelli della tradizione navale veneta.

I legni delle barche erano fabbricati principalmente nei principali cantieri romagnoli e marchigiani (Rimini, Pesaro, Senigallia), oltre ai corredi per la pesca, che venivano commercializzati nei quartieri “marinari” di Rimini.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Rimini e la pesca: un binomio che ci appare del tutto naturale. Eppure non è sempre stato così. In realtà, il prosperare dell’industria ittica nella nostra città è stato un fenomeno relativamente recente. Le ricerche di Maria Lucia De Nicolò permettono ora di ricostruire le vicende di un mondo solo apparentemente sempre uguale a se stesso.
Apprezzatissimo dagli antichi romani, il pesce non lo fu altrettanto nel medio evo, poiché ritenuto alimento di poca sostanza e di “umore freddo”, quindi perfino nocivo. La svolta giunse solo a metà ‘500. Da un lato, il Concilio di Trento (1545 – 1563) conferì rigore ai digiuni “di magro”, che fra quaresima, venerdì e vigilie andavano osservati per quasi un terzo dell’anno.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Il vino di lusso, quello tassato più pesantemente, a Venezia era classificato “XXX”. Ed era il vino da mar, quello che trasportato per mare – quindi l’unico commerciato a grande distanza – invece di guastarsi addirittura migliorava. Il vino di Rimini rientrava proprio in questa categoria insieme a pochi altri, e da tempo immemorabile. Già Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) esaltava i nostri vina navigata, che per secoli furono la nostra principale voce di esportazione. Un prodotto di pregio assoluto, una sorta di Brunello dell’antichità, per il quale i mercanti di ogni nazione erano disposti a sborsare le cifre più alte. Per Rimini, un vanto e una fonte certa di benessere.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Un commercio a Rimini del tutto dimenticato fu quello delle ferrarecce (minerali di ferro) e del rame. Il traffico era attivo già nel basso medio evo, per raggiungere il culmine fra ‘500 e ‘600. Grossi mercanti, per lo più di origine lombarda (i Pavoni, Provasi, Pastoni), si erano stabiliti qui instaurando un vero monopolio, anche come armatori che gestivano il trasporto da Trieste, dove il carico giungeva dalle miniere asburgiche della Carinzia. Un trasporto però di contrabbando, duramente represso dai Veneziani che pretendevano il dazio su ogni naviglio.

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