ARTICOLI IN ARCHIVIO Borgo Marina

mer 27 feb 2013 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Lavorare in mare è duro e poco renumerativo. Ma nel passato le cose andavano molto peggio, nonostante l'industria ittica sia sempre stata molto fiorente, specialmente in porti come Rimini. Perfino per un comandante, possedere anche parte della sua barca era un traguardo non sempre raggiunto.
Nei secoli XVIII e XIX, le fonti ci informano che all'atto di commissione la fabbricazione di un natante, il pescatore non possedeva mai tutto il denaro necessario, e poteva al massimo anticipare una caparra.
Per il grosso della spesa ricorreva al prestito e a dilazioni del pagamento, con conseguente indebitamento nei confronti non solo del proto calafato, ma anche del fabbro, del cordaio, del parcenevole, e naturalmente del prestatore.
Dunque l'unico soggetto a rischio in questo rapporto era il marinaio, che si trovava costretto a imporre un'ipoteca sulla barca (creditum super cymba) a garanzia dei successivi pagamenti rateali fino all'estinzione del suo debito. Chi di solito guadagnava erano invece i creditori, che spesso entravano in possesso della barca o di una parte di essa.
Nella vita di un pescatore, d'altra parte, questa operazione andava ripetuta più volte, visto che le barche necessitavano di lavori periodici e onerosi, quando non andavano perdute per la malasorte.
Il guadagno del pescatore variava in base al ruolo a bordo: il comandante riceveva una quota di parte in più rispetto agli altri membri dell'equipaggio, oltre ad un compenso pecuniario annuo.
La paronia o paroneria, cioè il diritto di esercitare la conduzione della barca, avveniva per elezione e scelta da parte dell'armatore, che lasciava a sua volta al capobarca stesso la facoltà di formare il proprio equipaggio.
Nel 1785 un armatore di Rimini elegge il proprio capobarca per un nuovo tartanone peschereccio: "Sarà poi a carico del detto patron Pujotti conduttore il far a suo genio la ciurma, e per questo suo ufficio gli assegna la consueta mercede di scudi quattordici".

mer 24 ott 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Lungo le antiche strade consolari romane - come la Flaminia e l'Emilia - le distanze erano scandite dalle PIETRE MILIARI, poste a un chilometro e mezzo l'una dall'altra (il miglio romano infatti era lungo 1.488 metri).
Spesso queste pietre miliari davano il nome al luogo ove sorgevano, a Rimini come altrove. Così, sulla Flaminia, a un miglio dall'Arco d'Augusto, la Colonnella era anche chiamata "il Primo", dal latino ad primum lapidem (e la relativa pietra esiste ancora). La località presso la rotonda dei pompieri era chiamata "il Secondo"; e lì vicino nel Medioevo c'era una chiesetta intitolata a "S. Giacomo del Secondo". 
All'altezza di Miramare si trovava (e si trova tutt'ora) la terza pietra miliare; e quel sito si è chiamato "il Terzo" fino ad anni recenti.
Anche fuori Rimini si conoscono esempi analoghi. Noi non ci facciamo caso, ma luoghi come Quarto Oggiaro, Quinto Vicentino, Sesto S. Giovanni, Settimo Torinese, S. Giovanni in Ottavo, traggono il loro nome dall'essere posizionati a un dato miglio su qualche vecchia strada.
Le pietre miliari romane erano realizzate generalmente in materia locale, avevano forma cilindrica, con un basamento quadrato ricavato di solito nel medesimo blocco. Spesso erano prive di iscrizioni (cioè "anepigrafe"); qualche volta contenevano una scritta celebrativa, come la pietra originariamente posta sulla biforcazione della via Emilia a S. Vito (ed oggi custodita nel Lapidario del Museo di Rimini). L'incisione ricorda il riassetto stradale promosso dall'imperatore Augusto nell'anno secondo avanti Cristo.

mer 24 ott 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Il nostro cimitero compie 200 anni proprio in questi mesi: lo troviamo descritto con dovizia di particolari nei volumi di Nevio Matteini (Rimini negli ultimi due secoli, Santarcangelo 1977).

Il 12 giugno 1804 Napoleone aveva ordinato di inumare le spoglie di tutti i defunti in cimiteri lontani dalle città. Il provvedimento aveva due motivazioni: il destino uguale di fronte alla morte e la tutela della salute pubblica. Il 5 settembre 1806 la validità di questo decreto veniva estesa anche al Regno d'Italia.
A Rimini si iniziava a pensare dove collocare la nuova struttura; dopo varie ipotesi (la Colonnella, le Grazie), nel marzo 1808 la scelta cadeva sull'area delle Celle. Alla fine di un iter abbastanza tormentato, nel 1812 il cimitero era pronto; ma la consacrazione sarebbe slittata alla fine di maggio dell'anno seguente. E il 3 giugno 1813 si registrava la prima inumazione, quella di un bimbo di soli 25 giorni, tale Giuseppe Receputi.
Le nuove disposizioni avevano incontrato una certa contrarietà nella popolazione, abituata a seppellire i propri morti nelle chiese o negli spazi adiacenti, cioè in luoghi vicini alle residenze e alla vita dei famigliari. Si trattava di un costume molto radicato, che non era facile smantellare in breve tempo.

mer 26 set 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

Accanto alla chiesa parrocchiale di San Girolamo in viale Principe Amedeo, eretta nel 1964 nelle forme ‘moderne' conferite dall'architetto Luigi Fonti, Villa Solinas continua ad esercitare, in chi percorre il viale, una indiscutibile suggestione, vuoi per la grandiosa ed elegante compostezza ‘antica' dell'edificio, che oggi contrasta con la chiesa, vuoi per l'esclusivo restauro conservativo dell'arch. Massimo Mori che ha ripristinato colori, materiali e decorazioni originali, come le cimase della facciata. Sul lato opposto della strada e quasi prospiciente c'è villa Lega Baldini, nata nel 1870, caposaldo storico della marina e della allora nascente ‘industria del villeggiante', fra i cui fondatori figurava proprio il conte Alessandro Baldini . 
Entrambe dunque ai lati dello ‘Stradone dei bagni', come era chiamato il viale in origine, con i suoi marciapiedi alberati. Il committente era Gian Maria Solinas Apostoli, che "non era certamente un nobile di alto rango, ma un grande borghese, un personaggio di un certo rilievo del Parlamento nazionale e del mondo finanziario il cui cursus honorum culmina e termina con la nomina a senatore". Così scriveva Giovanni Rimondini nella monografia dedicata alla villa (1998), ripreso oggi da Andrea Speziali, curioso indagatore dell'architettura di gusto liberty della nostra costa. 

mer 07 mar 2012 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Delucca Oreste

Fino a qualche anno fa, molti di noi erano convinti che la pirateria fosse un fenomeno ormai estinto, un ricordo dei secoli passati; quando dalle coste dalmate le barche degli Uscocchi partivano per le loro incursioni; o quando - al sopraggiungere della buona stagione - le fuste turchesche lasciavano i porti dell'Albania, della Morea e del nord Africa scorazzando per i vari rami del Mediterraneo, Adriatico compreso.
E allora la navigazione e la pesca erano fonte continua di timori; ed anche la frequentazione delle strade litorali o delle terre costiere richiedeva una costante attenzione. Perché si rischiava d'essere depredati, nel migliore dei casi; oppure d'essere rapiti e languire a Tripoli, a Tunisi o in qualche altra città della "Barberìa" in attesa del riscatto. Al punto che le comunità rivierasche erano costrette ad allestire un servizio di vigilanza lungo la spiaggia; e il Governo Pontificio, nel 1673, ha dovuto costruire un sistema di torri d'avvistamento (da Cattolica a Bellaria ed oltre) per renderne più efficace la protezione.
Con la caduta di Algeri, nel 1830, la presenza delle fuste barbaresche nel Mediterraneo è stata azzerata; ma la pirateria non è morta: ha preso altre strade (o, meglio, altri mari).
La pirateria infatti è un fenomeno complesso: nata prima di Roma (i navigatori Fenici erano più mercanti che pirati o viceversa?), ha assunto differenti caratteristiche, intensità e direzioni. Quando il Mediterraneo ha cessato d'essere centro del mondo e dei commerci, la pirateria ha battuto altre rotte, quelle delle Americhe e dell'Asia, seguendo il percorso delle navi da trasporto, insediandosi nei punti strategici, come ad esempio nel Corno d'Africa.

mer 09 nov 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Nel 1888 si diede inizio ai lavori per realizzare Piazza Ferrari, quale "giardino di rispetto" della nuova Cassa di Risparmio e primo spazio verde all'interno delle mura cittadine. Si voleva dare decoro a via Gambalunga, la cui importanza era sempre maggiore visto che collegava la città, dove si trovavano ancora tutti gli alberghi riminesi, con la stazione e la nuova zona a mare che stava crescendo la fabbricazione di numerosi vilini.

Per far posto alla piazza venne demolito un intero isolato, che comprendeva i resti di ben tre edifici religiosi, fra cui l'antichissima chiesa di San Tommaso Apostolo, risalente forse al V secolo ma da tempo sconsacrata (anche se conservava tracce dei mosaici originari) e gli ex-conventi delle Celibate e del Cuor di Gesù, già parrocchiale di San Patrignano. Fin dal XII secolo. Come contropartita la Curia riminese ricevette un contributo di 14 mila lire e un lotto di terreno per edificare una nuova chiesa nella zona mare, che stava crescendo tumultuosamente, ma senza che turisti nuovi residenti dei villini avessero un luogo di culto nei pressi.
Il lotto che venne assegnato dal Municipio all'"Ente parrocchie povere soppresse" per la costruzione della nuova chiesa si trovava nella zona dei Trai, allo termine della nuova grande via in costruzione, l'attuale Via Tripoli.
Per la costruzione della chiesa della zona di Marina si aprì una nobile gara di generosità: le offerte giunsero anche da fuori città e persino dall'estero, anche grazie all'attività del comitato preposto alla raccolta che era energicamente diretto da mons. Ugo Maccolini.

 

mer 28 set 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

La chiesa di San Nicolò appare ora come uno spartitraffico alla biforcazione delle direttrici che vanno alla stazione e al Corso Giovanni XXIII. La chiesa attuale, consacrata il 10 Aprile 1955, è stata ricostruita nel dopoguerra, con diverso orientamento rispetto all'originale, la facciata a capanna e un porticato sottostante alla cantoria, sul terreno dell'antico complesso parrocchiale andato distrutto durante l'ultimo conflitto. Gli unici reperti rimasti intatti dell'edificio ridisegnato nel 1863 dall'architetto Filippo Morolli, sono il campanile e la Cappella Maggiore dell'antica chiesa dei Padri Celestini, presenti nel territorio dal 1338 al 1797, anno delle soppressioni napoleoniche. La Parrocchia di S. Nicolò al Porto è istituita il 29 Agosto 1797, con giurisdizione su tutto il territorio a mare: sinistra e destra del porto fino all'Ausa, cioè su tutto Borgo Marina. All'interno vi è l'antica Cappella Maggiore della chiesa dei Padri Celestini, oggi denominata Sala Celestina. Nella volta a crociera sono ancora visibili affreschi trecenteschi di scuola riminese raffiguranti episodi afferenti alla Creazione. Da otto secoli una prestigiosa Reliquia di San Nicola, consistente nell'omero sinistro, è custodita in questa chiesa ed esposta alla venerazione dei fedeli il 6 dicembre, festa del santo. Questa presenza nella città rappresenta un ponte straordinario con l'Oriente cristiano e il mondo slavo ortodosso. 
I bombardamenti della seconda guerra mondiale che distrussero la chiesa il 26 e 27 novembre 1944, demolirono anche le decorazioni, pur più modeste, di quello che è considerato l'ultimo frescante operante in Romagna, Fortunato Teodorani (1888-1960). 
Solo due anni prima, il 23 luglio1942, la chiesa era stata riaperta al culto alla presenza solenne del Vescovo Scozzoli per celebrare i lavori di consolidamento del fabbricato e la nuova cupola affrescata dal Teodorani. Essa rappresentava La gloria di San Nicolò con un potente effetto di sotto in su e una porzione di paesaggio marino con le vele al terzo all'orizzonte.

mer 27 lug 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

"A rendere vieppiù grato il soggiorno su questa amena spiaggia si aggiunge la rigogliosa vegetazione delle numerose e varie piante disposte con vaghi disegni, le quali circondano da ogni parte lo Stabilimento, che massime nelle sere di maggior concorso presentasi bello e incantevole per le molteplici fiaccole a gas, e ad illuminazione elettrica che sfarzosamente illuminano i piazzali, le sale, la piattaforma e il grande viale che unisce la città al mare". Così si legge nella Guida storica artistica di Rimini di Luigi e Carlo Tonini del 1909 a proposito dei giardini ornamentali prospicienti l'area che la società S.M.A.R.A. avrà in gestione per venti anni (dal 1908) nel prestigioso cuore della Rimini balneare, con il neonato Grand Hotel dell'architetto Somazzi nel luogo della demolita Capanna Svizzera e l'imponente Kursaal con le sue 250 stanze, i saloni affrescati e le terrazze ‘babilonesi' ad esercitare il suo fascinoso richiamo. 
Le trasformazioni del parco sono state numerose e subordinate ai vari piani di intervento sulla fascia litoranea. Nel 1930 l'area prospiciente il piazzale a mare davanti al Kursaal era decorata con aiuole fiorite, quello verso la città, contenuto tra le palazzine Roma e Milano e la fontana dei cavalli, divenuto subito il salotto buono per le manifestazioni e la mondanità, si amplia e arricchisce di verde ornamentale.
Dopo la guerra si dovette metter mano a profondi cambiamenti su tutta l'area.

mer 27 lug 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Redazione

Difficile mantenere le tradizioni, che si parli di lavoro, sport, musica, la storia non cambia. L'innovazione e la tecnologia spingono continuamente sull'acceleratore con l'esigenza di essere costantemente "sul pezzo" soprattutto in un settore come quello dell'automobile.
Le cose cambiano e la passione, gira che ti rigira, rimane sempre la più costante delle virtù. La famiglia Ruggeri vende motocicli e automobili da più di 70 anni e questo la dice lunga su molte cose. Ivi compreso un bellissimo fascicolo uscito 3 anni fa che racconta la storia di 76 anni di lavoro. Foto di una Rimini anni '30-'40 che evocano sentimenti decisamente nostalgici. 
Erano gli anni delle balere e della Dolce Vita interdetta da una Ventennio che alla fine ha portato delle gran macerie e basta. Da queste stesse macerie Ettore Ruggeri e Signora partono per un percorso che li porterà a collaborare con i più rinomati marchi dell'automobile come Citroen e Peugeot. Inoltre furono i primi a portare l'Mv Augusta (marchio storico del motociclismo) a Rimini. Sul volume ci sono scatti memorabili di quelle gare motociclistiche incredibilmente pericolose quanto affascinanti, quando l'uomo faceva la differenza sul mezzo e non solo. A Roberto, figlio di Ettore, luccicano gli occhi a parlare degli anni ruggenti della Mv. Di quando con il suo pilota Ubbiali si correva nelle campagne romagnole e in circuiti rinomati come il mitico tracciato di Assen in Olanda.

mer 27 lug 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Redazione

Novità: un negozio con arredi essenziali, illuminato da due soli colori bianco e verde, con una vetrina dalla misteriosa e raffinata scritta: "RU.LA. - Laboratoire". Un unico manichino e "t -shirt" personalizzate in mostra, fanno già capire l'arcano: si tratta di un piccolo laboratorio moderno dove, però, si lavora all'antica.
Una graziosa ragazza riminese cuce orli, allarga, stringe, accorcia e allunga abiti, gonne, calzoni.
Solo questo. Non è poco. Lei si occupa di quei lavori che tutte le donne di un tempo, in due e due quattro, svolgevano in casa, da sole, per abitudine, tradizione, in onore al classico passaggio di mano di madre in figlia, quando dalla sarta si andava solo per farsi cucire l'abito nuovo, quello della festa.
Tutto ciò è da tempo finito. Le poche sarte rimaste si sentono stiliste e storcono il naso se chiedi loro di occuparsi di questi lavori secondari, perditempo, poco redditizi.
La moda, d'altronde, "obbliga" a frequenti cambiamenti e ci sono le boutiques, gli outlet, le catene di negozi che soddisfano le esigenze e il capriccio dell'abbigliamento, per cui si gettano capi di vestiario ancora nuovi, indossati per poco tempo, a malincuore magari, perchè non trovi più chi si occupa di apporvi piccole modifiche, rinnovarli, renderli attuali. E le donne di oggi non sono più in grado di occuparsi di questi lavori, per mancanza di tempo, perchè svolgono altre mansioni, perchè le nonne e le mamme non hanno più potuto o voluto trasmettere alle figlie la capacità, la voglia, la passione per tali lavori.

mer 27 lug 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Redazione

Dal giubox a gettoni del bar al mare non si faceva altro che sentire le solite canzoni. La spiaggia era affollatissima di persone, soprattutto giovani e il bagnino diceva a mio nonno "Ho finì umbrillun e i littin, an so cun ca fè". La Martina, la moglie del bagnino, era sempre arrabbiata perché veniva consumata troppa acqua dai bagnanti e da noi ragazzini che eravamo sempre alla fontana mentre le docce erano dietro il capanno del bagnino. I bagni così us prisinteva come un tipico stabilimento balneare anni '60-'70, senza nessun comfort, proprio nessuno e al massimo si trovava un campetto di bocce e uno spazio per le sabbiature che facevano le persone anziane. C'era anche il mosconaio, con i suoi mosconi sempre prenotati e la fila di gente che aspettava il proprio turno. A volte veniva addirittura preso d'assalto dai ragazzi che chiedevano un moscone a remi per portare la ragazza appena conquistata a fare un giro in mare aperto. 
Tanti erano gli stranieri presenti in Riviera e le belle ragazze tedesche e svedesi che si facevano notare.
In spiaggia c'erano anche i punti della Croce Verde per prestare servizio di primo soccorso ai bagnanti.
Il mare era pulitissimo e si vedevano anche i delfini. I turisti si ammassavano in gran numero in acqua, tanto che il salvataggio faceva fatica ad uscire col suo moscone a remi per prestare il suo servizio in acqua e tenere sotto controllo la situazione.

gio 19 mag 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

All'inizio degli anni Cinquanta, a causa della forte domanda abitativa nei principali centri balneari della Riviera Romagnola, compaiono per la prima volta edifici abitativi dallo sviluppo verticale, spesso destinati ad ospitare alberghi.
Fino ad allora, infatti, erano state realizzate ville e villini, contornate da spazi verdi pur spesso angusti. Fin dalla prima lottizzazione, infatti, fra fine ‘800 e primi del ‘900, la riviera si era caratterizzata da un'edificazione intensissima, con istanze minime fra gli edifici, nessuno spazio verde pubblico e strade non di rado al di sotto del minimo indispensabile, come risulta ancora oggi dai vicoletti impraticabili aa Viserba come fra l'Ausa e Miramare.
Su quei lotti già risicati, nel dopoguerra molti villini si trasformarono in alberghi, spesso di poche pretese. Ma il decollo vertiginoso dell'industria turistica faceva guardare in alto, addirittura ai grattacieli americani, che iniziavano a comparire in quegli anni anche nello skyline delle città industrializzate del nord Italia come Milano.
Sulla scia del Pirellone e dei suoi emuli locali, il 16 gennaio 1958, la Commissione Edilizia di Rimini, approvò il progetto presentato da Giuseppe D'Angelo e Raoul Pahuli, titolari di un'impresa di costruzioni di Trieste, che prevedeva la realizzazione di "un fabbricato di civile abitazione" alto trentun piani in viale Principe Amedeo.
Il progetto venne giudicato di "preminente pubblico interesse" dall'amministrazione comunale, per dare prestigio a Rimini, nel viale "salotto" della città. Non era stato ancora redatto il Piano Regolatore per la regolamentazione dell'edificabilità di quell'area, e così si rese necessario affidare l'incarico per la sua redazione ad un gruppo di progettisti capeggiati da Luigi Piccinato.

mer 09 mar 2011 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Sono tante le iniziative - di cui diamo conto nelle pagine della cultura - che Rimini dedica al 150° anniversario dell'Unità d'Italia e che dureranno almeno fino alla fine dell'anno. 
Fra esse, il 12 marzo il Rotary Club Rimini Riviera organizza la tavola rotonda "Rimini 1861. La città in quei giorni" con la presentazione di un facsimile di giornale dell'epoca (Sala degli Archi ore 17.30).
Il 25 marzo si svolgeranno poi le celebrazioni della Battaglia delle Celle del 1831: alle ore 16 la deposizione corone di alloro ai monumenti commemorativi della Battaglia che si trovano in via XXIII settembre, nei pressi del supermercato Coop. Alle ore 16.45 (Sala del quartiere 5, via XXIII settembre, palazzo I portici), a parlare della battaglia e del Risorgimento sarà il prof. Angelo Turchini, Direttore dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell'Italia Contemporanea della provincia di Rimini. Alle 17.15 la presentazione del volume Storia dei fatti che provocarono l'Unità d'Italia, Editore Bruno Ghigi, a cura di Giancarlo e Marco Renzi. Dal 26 marzo al 31 dicembre sarà aperta la mostra "Una notte di Rimini nel 1831", con autografi, edizioni e cimeli, con Annullo Filatelico (Libreria Risorgimento di Luisè Editore, ore 14-19). Il 27 marzo, "Una melodia per l'Italia Unita nel suo 150° Anniversario", concerto per la cittadinanza al teatro Novelli (ore 17).
Ma perché la battaglia delle Celle merita tanto di essere ricordata? Perché mai prima di quel 25 marzo del 1831 le truppe dell'impero asburgico, il più grande e il più antico d'Europa, erano dovuti arretrare di fronte a soldati che si definivano "italiani". E i patrioti erano 1500, contro 5mila austriaci. 

mer 20 ott 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Schiavoncini Ariodante

Ci sono episodi, lieti e tristi, che più di altri occupano la nostra memoria. In questi giorni ritorna il ricordo del primo bombardamento di Rimini, avvenuto alle ore 11,50 circa, del primo novembre 1943. Quel primo bombardamento, come la storia riporta, compiuto da diciotto caccia bombardieri inglesi, ha causato distruzioni e sessantotto vittime. Dopo la fine della guerra, la breve strada, che collega le vie Giovanni XXIII e Gambalunga, è stata intitolata via Vittime Civili di Guerra, per ricordare i diciotto cittadini morti sotto le macerie di un rifugio paraschegge scavato in quella strada. Da quel rifugio, come ho più volte ricordato in altri miei scritti, io e un altro giovane, siamo gli unici, fra i venti cittadini sepolti, a essere stati estratti vivi. Forse gli amministratori riminesi dell'epoca erano convinti che per gli Angloamericani, la città non rappresentasse un obiettivo militare. Non erano stati creati rifugi adatti allo scopo, i soli luoghi, che avrebbero potuto dare una speranza di sicurezza, erano i sotterranei delle chiese e le cantine dei vecchi palazzi del centro cittadino.

mer 20 ott 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

La decisione di realizzare dei sottopassi alle vie Traj (via Tripoli), e viale Principe Amedeo fu presa dal consiglio comunale del dicembre 1912.
Tuttavia fino all'anno 1915 del sovrappasso non si vide l'ombra se è vero, come ricorda il settimanale cattolico L'Ausa, che il sindaco, Adauto Diotallevi, dovette recarsi a Roma per incontrare la direzione generale delle Ferrovie dello Stato allo scopo di affrettare la realizzazione di tale opera.
Si trattava infatti di una struttura strategica per il turismo di quegli anni, nei quali gli ospiti provenienti dalla stazione si recavano nella zona dei villini proprio percorrendo il viale Principe Amedeo.
Dovremo però aspettare il 27 marzo del 1915 per l'aggiudicazione dell'appalto dei lavori, affidati ad un nome illustre quale quello dell'ing. Gaspare Rastelli, autore del restauro del Palazzo dell'Arengoe del teatro Galli dopo il terremoto del 1916.
Ivo Gigli ricorda il sovrappasso come "un ponte pedonale con due grandi scalinate laterali, ciascuna in due soluzioni, sostenuto da fusti di ghisa nera stile floreal, i lampioni in alto e lastricato da larghe piane di cemento con tanti buchi per lo scolo dell'acqua piovana.
Una più larga scalinata a larghi gradoni bassi in porfido preparava l'ascesa alla scalinata vera e propria dal lato a mare, mentre dall'altra parte, i livelli del terreno più alto, v'era solo una leggera salita".

mer 22 set 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

 

Nel 1913 la Società Anonima Cooperativa, forte di una convenzione stipulata con il Comune nel 1907, diede avvio ad un esteso piano di lottizzazione e edificazione nel sobborgo di marina.

Suo scopo era sì la costruzione di abitazioni di tipo economico secondo principi di filantropia ed elevazione sociale e di migliorie igieniche e sanitarie, ma soprattutto proseguire nella costruzione di villini al lido. La Società acquistò i terreni denominati Soulier nell’area compresa tra il viale dei Bagni (viale Principe Amedeo) e il porto canale, periodicamente soggetto alle esondazioni del porto nei periodi delle piene, e perciò considerate insalubri e a rischio costante, come si evince dai dati forniti dalle inchieste succedutesi a partire da quella realizzata nel 1887 dall’avvocato Costantino Bonini, intitolata Le case operaie e l’igiene pubblica. In realtà si era inteso dare completamento al piano di sviluppo della marina, secondo i principi di una coerente crescita dell’area residenziale.

 

mer 22 set 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Un nuovo importante intervento sta per realizzarsi in uno degli angoli storici di viale Vespucci, in quella villa già chiamata Cacciaguerra, poi divenuta l'Embassy Club, che dopo che durante la seconda guerra mondiale ospitò perfino l'ambasciata americana. 
Questa bellissima villetta costruita in stile liberty alla fine del XIX secolo, fu dal 1934 la sede del celebre Adriatic Embassy Club, definito all'epoca "un vero eden di delizie".
Il locale sfruttò il giardino ornato da fontane e piante per il ballo oltre che palcoscenico pe alcuni dei più importanti artisti internazionali.
La caratteristica fondamentale del locale, infatti, è sempre stata la musica dal vivo con orchestra, oltre che essere un punto di riferimento per la vita mondana della riviera.
Al locale gestito dai fratelli Amerigo e Claudio Semprini, infatti, andava il primato dell'eleganza: gli uomini dovevano essere in giacca e cravatta, mentre le donne con l'abito lungo.

mer 22 set 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da

Non sono poche le persone che sul Lungomare Murri, all'altezza del Bagno 39, si sono fermate quest'estate catturate da una visione d'altri tempi. Due tende, gonfie di vento, maestose, si innalzavano nel prato variopinto di ombrelloni. Il primo impatto visivo, per chi da bambino si è riparato dal sole sotto alle tende, diventava un'emozione. Nel proliferare di trovate balneari d'ogni tipo queste tende a rigoni, sostenute da una cordicella fissata a un palo, sono un recupero quasi amoroso, che attiva zone oscurate della memoria. Il tratto di spiaggia a ridosso di piazza Tripoli è frequentato non solo dagli ospiti della Riviera, ma anche da riminesi i cui padri e nonni qui erano di famiglia. Sono loro, e non solo l'indaffaratissimo bagnino, a rievocare l'uso di "al tendi": «La sabbia era sempre fresca perché le tende venivano spostate a seconda del sole. Davanti, le sdraio per gli adulti, e dietro "la tana" dei bambini, per riposare all'ombra quando erano stanchi dei giochi in riva al mare.» Sotto la tenda spesso si mangiava: verso l'una arrivava il babbo con una gran sporta di paglia piena di panini al prosciutto, o burro e acciughe, il vino, l'acqua con l'idrolitina e la ciambella. Dopo, guai fare il bagno... meglio un sonnellino! Quando tirava vento, qualche picchetto saltava via e cominciava a sbatacchiare, con le mamme che urlavano per chiamare il bagnino

mer 22 set 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Tornare al dialetto non sarà facile. Anzi, diciamo pure che l'impresa appare delle più disperate. Ma chi comunque volesse provarci, gli strumenti a disposizione non mancano. Uno dei quali è fresco di stampa: "E' nost dialet" (Il nostro dialetto), è l'ultima fatica di Amos Piccini, edito da Tuttostampa Rimini. Il libro comprende delle "nozioni elementari di grammatica", che tanto elementari non sono, visto che approfondiscono in modo esauriente le particolarità del vernacolo riminese. Segue la parte più corposa, un dizionario italiano-dialetto che comprende quasi un migliaio di vocaboli. Infine, un glossarietto di "vocaboli dialettali caratteristici" alcuni proverbi e 23 poesie dell'autore, in dialetto con traduzione italiana. Nel libro anche le illustrazioni di Caludio Piccini, figlio di Amos.
La passione per il dialetto prese Amos Piccini una quindicina di anni fa, quando pensò di scrivere un libro sulla nostra lingua "per non farla morire anzi tempo". Da allora molte sono stati gli impegni di Piccini in questo campo. Ma la passione per la cultura, locale e non, la coltivava da tempo. Funzionario della SIP, già dal 1948 insieme ad alcuni amici aveva fondato il gruppo teatrale "sipario Aperto" e lo aveva diretto, arrivando a scrivere una quarantina fra commedie e scenette, sia in dialetto che in italiano. 

mer 28 lug 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Il Nettuno venne inaugurato nel 1933 come stabilimento, e le cronache del tempo ci raccontano che al suo interno si poteva "ricevere un trattamento completo, cabine per bagnanti, ristorante e bar di giorno, danze, varietà e spettacoli per le nottate folli".
Il suo stile decò, oggi privato della copertura centrale cilindrica, è stato da sempre luogo di incontro per generazioni di turisti attratti dalla sua fresca terrazza con la sua incomparabile vista sul mare.
Nel 1940 il Nettuno si impose non solo come stabilimento bagni ma anche come dancing, palcoscenico di sfilate, mostre, set cinematografici e fotografici.
Dopo anni di trascuratezza, in cui si susseguivano le voci progetti per il rilancio di questo edificio, una cordata di giovani imprenditori riminesi è riuscito a farsi affidare la gestione dalla famiglia Parmeggiani, titolare della concessione, che fino a quel momento aveva rifiutato qualsiasi offerta.
Tuttavia il progetto di restyling di tale struttura, (tutelata nella parte esterna dalla Soprintendenza), affidato all'architetto Massimo Morandi, che mantiene sostanzialmente il fascino della struttura in stile, ha finalmente prevalso su ogni riserva e l'estate del 2010 potrà essere ricordata come quella della rinascita del Nettuno.

mer 19 mag 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Bernucci Annamaria

I cantieri Gentili erano ubicati sulla sponda destra del porto, nei terreni oggi compresi tra viale Ramusio e l'area dell'attuale piazzale Boscovich angolo via Colombo: ci sono campi da tennis e locali da ballo di tendenza negli spazi in affaccio alla litoranea dove un tempo c'erano gli staggi, la spiaggia e le dune. Nel 1878 era stato progettato il villino Gentili su un'area di 2400 metri concessa dalla Giunta municipale "all'angolo della vecchia piazza d'armi dalla parte del Faro" come ben documenta Giovanni Rimondini (Villa Solinas, 1998) e come appare nell'Album dei Bagni del fotografo Vincenzo Contessi. Accadde un anno prima della morte dell'ingegnere comunale Gaetano Urbani, stratega e progettista della prima forma della città di marina.

mer 19 mag 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Vista la rapida crescita di Marina Centro nel dopoguerra, si rese necessario costruire una nuova chiesa per i fedeli della zona. 
Fu così che nel 1962 Don Domenico Calandrini individuò come area della futura parrocchia il terreno nel quale sorgeva "villa Flora" prima che i bombardamenti la distruggessero. 
Per acquistare il terreno si impiegarono i proventi ottenuti dalla vendita del vecchio Episcopio - dove ora sorge palazzo Fabbri - mentre per l'edificazione fu chiesto il contributo dei fedeli residenti, dei turisti; si fece domanda anche per ottenere i contributi governativi relativi ai danni di guerra: in particolare si utilizzarono gli indennizzi per la chiesa di San Girolamo che sorgeva in via IV novembre, e per questo motivo la parrocchia fu intitolata a questo santo.
Il progetto venne affidato all'architetto Luigi Fonti, mentre la realizzazione e l'esecuzione dei lavori venne assegnata alla ditta Lami. 

mer 10 mar 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Dopo la fine della guerra l'allora sindaco Cesare Bianchini, pressato dalla giunta comunale e dalla Cassa di Risparmio, incaricò gli architetti Melchiorre Bega e Giuseppe Vaccaro (che nel 1931 aveva progettato la casa del Fascio) di realizzare un piano per la ricostruzione della Marina.
Tale progetto, che fu approvato dal consiglio comunale il 25 febbraio 1947, prevedeva la realizzazione da parte della società Rema (Ricostruzioni Edilizie Marina Adriatica) di un grande albergo, un centro commerciale, un teatro all'aperto, un padiglione fieristico, un circolo del tennis e una pista da pattinaggio. In cambio il comune avrebbe alienato le aree di sua proprietà sul lungomare, dal piazzale del Kursaal al torrente Ausa, per circa 20 mila metri quadrati, metà a titolo gratuito e l'altra metà al prezzo scontato del 50% rispetto a quello di mercato. 
Il progetto non comprendeva il Kursaal, considerato architettonicamente non in sintonia con gli edifici da realizzare, e al cui posto era prevista un'area attrezzata a giardini.
Approvato il progetto, si aprì un dibattito su cosa fare del Kursaal, danneggiato internamente dai tedeschi e poi dagli alleati, ma sostanzialmente intatto.

mer 10 mar 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Barlaam Lorella

Ne “La falce dell’ultimo quarto”, romanzo del 2004 che tra i tanti pregi ha quello di essere sottotraccia un almanacco di usi e tradizioni della nostra città, Piero Meldini, noto romanziere e saggista riminese, racconta in presa diretta le fogheracce del 18 marzo 1829. “Ho trovato traccia di questa tradizione già nell’ottocentesca Cronaca dei Giangi, Nicola e Filippo”, ci ha rivelato, “e l’ho usata in un gioco documentale nel romanzo”. E oggi? Ecco cosa ci ha raccontato.

mer 10 mar 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Redazione

Il 18 marzo, dopo il tramonto, Orfeo uscì di casa e si avviò verso il colle delle Grazie. Era consuetudine che la vigilia della festa di san Giuseppe si accendessero grandi falò nei sobborghi della città e in tutta la campagna. Già due settimane prima si cominciavano ad accumulare nelle aie rami secchi, sterpi, canne, sarmenti, paglia, rottami di vecchi mobili e quant’altro era scampato al camino nei mesi invernali. La devozione al santo falegname induceva più d’uno ad andare a segare nottetempo gli alberi da frutta dei vicini, col rischio di buscarsi una fucilata. Le ultime notti si stabilivano turni di guardia alle cataste, a scanso di razzie. Tra borgo e borgo, e tra casolari confinanti, si rinnovava ogni anno la sfida: più alto era il cumulo di legna, più tardi si spegneva il fuoco, e tanto più abbondanti sarebbero stati i raccolti. Chè san Giuseppe, dall’alto, prendeva buona nota dei vincitori. Erano le sei e mezza. I falò sarebbero stati accesi fra le sette e mezza e le otto. Camminando del suo passo, Orfeo avrebbe avuto tutto il tempo per arrivare al colle e di lassù abbracciare con lo sguardo la pianura punteggiata di fuochi. (…) 

mer 10 mar 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da

Il treno dei desideri/nei miei pensieri all’incontrario va…” cantava Paolo Conte. E “Sui Binari di un Sogno. Dai treni scomparsi al futuro della mobilità nel riminese. Storia e prospettive”, appena uscito da Guaraldi editore, è davvero un libro che va “all’incontrario”. In primis, perché è un viaggio attraverso le linee ferroviarie “dimenticate” del nostro territorio. A tratteggiare lo scenario il curatore Alberto Rossini, mentre Giacomo Palma, giovane e preparato architetto urbinate, ricostruisce puntualmente progetti passati e prospettive future della Rimini/San Marino, Rimini/Novafeltria e Santarcangelo/Urbino/Fabriano, quest’ultima accuratamente progettata ma mai entrata in esercizio. Il libro è stato presentato il sette marzo, in occasione della terza “Giornata nazionale delle ferrovie dimenticate”: ma non si tratta di un’opera nostalgica e retrò, anzi.

mer 10 mar 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Barlaam Lorella

Al fugarèn ad san Jusèf resistono in tutta la Romagna” scrive Gianni Quondamatteo; un po’ meno la fugareina del 24 in onore della Madonna. E racconta: “Poiché di donna di scarso seno si dice che il falegname S. Giuseppe vi è passato con la pialla, ingraziarsi il santo vuol dire allontanare questo pericolo; di qui il curioso detto la fugaraza grosa la fa crès al tèti. In alcuni posti si dice (alla ragazza con poco seno): t’an è fat i fugh ad san Jusèf, e san Jusèf u te pass la piala. (…) Un particolare significato, lo ricorda Ovidio, era il salto dei falò da parte dei pastori, quando si celebravano in aprile le feste Palilie. E ancora oggi i giovani si cimentano saltando oltre le fiamme. All’inizio, invece, si forma un cerchio di bimbi con le mani a catena, ed una cantilena sale al cielo, facendo pensare a una misteriosa invocazione alla luna: “Lôna, lôna a mêrz/una spiga faza un bêrc/un bêrch e una barcheta/una gheba d’uva sèca.”

mer 13 gen 2010 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Costantini Claudio

Ricostruire un passato, ancor più quello recente, non è opera sempre facile. Sono tutt'ora vivi molti dei testimoni che quel periodo hanno vissuto e visto con i propri occhi e lo ricordano secondo la propria esperienza, il lavoro, le passioni, la cultura, il caso che ha spesso determinato nel bene e nel male le scelte di vita. Manlio Masini con il libro Eravamo i burdèll di prét (Panozzo Editore), ricostruisce la storia di una comunità, quella cresciuta all'inizio del ‘900 attorno alla chiesa di Maria Ausiliatrice, l'oratorio e la scuola dei Salesiani e dell'istituto delle figlie di Maria Ausiliatrice. Un nuovo quartiere, un area che si estendeva dalla ferrovia al mare, dall'Ausa a Bellariva per molti aspetti autonomo che aveva come punto di riferimento "non il vecchio ‘centro storico', quanto il mare, la spiaggia e le attività connesse". Il periodo rivissuto da Masini corre dal 1944, occupazione degli alleati, un città distrutta, ritorno degli sfollati, al 1982 centenario della venuta di Don Bosco a Rimini. I documenti a cui attinge l'autore sono i giornali del tempo, le cronache tenute dalla due comunità salesiane quella delle suore molto più attenta e precisa e quella dei preti, e i ricordi del suo tempo vissuto con i sacerdoti di Don Bosco. I Salesiani - già prima, ma ancor più dal dopo guerra in poi - sono stati punto di riferimento per migliaia di adolescenti, giovani e famiglie, per l'intera comunità di Marina Centro. Leggendo il libro non si ascoltano solo le voci di chi in quella comunità ha vissuto, ma anche quelle di un intera città che uscita dalla guerra costruiva con contraddizioni e contrapposizioni, il proprio futuro.

mer 21 ott 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Era la sede del tribunale del Sant'Uffizio. Ospitava una famosa scuola di filosofia dove studiò (e da cui fuggì) anche il giovane Carlo Goldoni. Giotto aveva dipinto un San Tommaso d'Aquino sulla sua facciata. Vi erano sepolti i grandi della città e conteneva un'incredibile collezione di tesori artistici. Era così grande che le mura della città furono deviate apposta per contenerlo e quando fu trasformato in caserma ci potevano stare seicento cavalli. Eppure del grande complesso dei Domenicani a Rimini non resta nulla. Si fa fatica a immaginare oggi cosa sorgesse circa fra le vie Gambalunga, Tonti, Oberdan e Roma: la chiesa di San Cataldo, lo studium, il convento con i due chiostri, uno dei quali così grande che Roberto Malatesta vi si esercitava nella caccia.
La chiesa di San Cataldo è citata per la prima volta nel 1168, quando già dà nome alla porta urbica che si apre sul Borgo Marina. Di proprietà comunale, nel 1256 fu concessa ai Domenicani, che probabilmente la ricostruirono nel 1278 aggiungendo un grande convento. 

mer 21 ott 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Il Marcheselli (1754) afferma che San Cataldo fu affrescato dai "trecentisti" riminesi, attivi in particolare nella cappella di San Giacinto voluta da Stivivo Stivivi, ufficiale del Comune nel 1313.

Secondo il Vasari, vi operò lo stesso Giotto: "Fece, pregato da un priore fiorentino che allora era in San Cataldo d'Arimini, fuori della porta della chiesa un San Tomaso d'Aquino che legge a' suoi frati". Sempre secondo il Vasari, Puccio Capanna, allievo di Taddeo Gaddi, dipinse "un voto d'una nave che par che affoghi nel mare, con gente che gettano le robe nel mare. Et evvi Puccio di naturale, fra un buon numero di marinari".

 

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Abbiamo già parlato in passato del porto di Rimini in età medievale, ed in particolare dei fasti che raggiunse nel XV secolo con i lavori di potenziamento fatti realizzare da Carlo Malatesta.

Questi lavori comportarono la deviazione del Marecchia alla sua foce, dando alla città l’assetto attuale. Basti pensare che la chiesa di San Nicolò prima dell’intervento di Carlo era sulla sponda sinistra del canale. Ma nonostante sforzi che per l’epoca furono titanici, i problemi si riproposero. Erano principalmente due: alluvioni e insabbiamento.

L’interramento progressivo del porto si evidenziò ancor più nel XVI secolo, soprattutto per il progressivo disboscamento dell’Appennino e per i cambiamenti climatici. Si arrivò dunque a progettare un nuovo porto alla foce dell’Ausa, addirittura capace di 60 vascelli, anche per contrastare il nuovo scalo di Pesaro. Ma tutto restò sulla carta.

 

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

E per altroun seno del mare istesso, posto fra il predetto e il fiume Ausa, formava una mezza luna, capace d’ogni grossa armata; considerò il console che questa grandemente restava offeso da Maestro e Tramontana, venti impetuosissimi, onde vi riparò, acciocché i vaselli non perissero, con una fortissima muraglia, fondata di grosse e vive pietre alla larghezza di meza canna, et altezza d’una intiera, continuando poi con l’alzata con spoglia di mattoni cotti e bitume, e chiara, compastate insieme, insieme ad altre due canne.

ven 07 ago 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Chi comandava sul porto? Nel 1525 le riforme statuarie cittadine inserirono un capitolo Dell’offitio del Capitano del porto, mentre fino ad allora l’autorità era forse esercitata direttamente dal Podestà.

Il Capitano “ha facoltà di eleggersi un notaio, di rendere ragione alla marinarezza et ai negozianti in quel luogo con la giudicatoria nel criminale, anco degli abitanti, fin’al sangue, che perciò tiene un piazzaro o uno sbirro”: così riporta il Clementini, nel Trattato de luoghi pii e de magistrati di Rimino (1616). Dal 1532 il Capitano venne scelto tra i consiglieri cittadini. Nel 1800 il governo napoleonico nominò “un Capitano del porto per l’amministrativo e per la polizia, e un Commissario per la sanità”. Nel 1815, ritornato il Papa, un Ispettore riunì le due funzioni; gli successe un Commissario di prima classe che dipendeva dal Magistrato di sanità e de’ porti residente in Ancona.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Abbiamo parlato spesso in passato dell’importanza del porto di Rimini nel Medioevo, e in particolare nel XV secolo, grazie agli interventi che apportarono i Malatesta, le cui possenti mura nei pressi del ponte di Tiberio, in corso di restauro, mostrano ancora la loro imponenza.

Ma un porto non è fatto solo dell’approdo: se di una certa importanza, ha cantieri, squeri e tanta gente che vi lavora. A Rimini fin dal ‘300 è infatti documentata la presenza di maestranze addette alla costruzione navale, oltre che al raddobbo e alle riparazioni dei navigli.

Nei documenti archivistici di inizio XVI secolo si registrano diversi calafati, i cui nomi spesso tradiscono l’origine veneta: “mastro Angelo Milzo da Caurlo”, citato in un rogito del 1583, fu chiamato a stimare un naviglio “di tenuta de stare 300 in circa veneziane” nel porto di Rimini. Qualche anno più tardi il figlio Giovanni Maria, fu chiamato ad esaminare un navigium di 400 staia venete: tali valutazioni ci fanno presupporre che si trattasse di calafati tra i più rilevanti di quegli anni.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Nel corso del XIX secolo la carpenteria navale riminese appare in ascesa, in ciò forse favorita dalla costruzione dei primi cantieri al coperto nel 1826, su progetto di Maurizio Brighenti.

In verità, già in età napoleonica si tentò di aprire lo “squero nazionale”, ma l’asta dei lavori andò in un primo momento deserta.

Nel 1831 lo squero e i cantieri di levante vennero venduti a Luigi Lepri, mentre dopo la metà del secolo i cantieri coperti salirono a cinque, sapientemente condotti da maestri d’ascia tra i quali Masini, Magnani, Moroni e Rossini.

 

mer 17 giu 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Ai cantieri navali si interessò nel XIX secolo Luigi Tonini, il quale dedicò un’intera monografia al porto di Rimini. Nell’opera si cita una pergamena riminese del 1304 dove si parla di un calafato, ossia di un operaio specializzato addetto a rendere impermeabili gli interstizi lignei tra le assi della barca con catrame e stoppa.

Grazie ad un attento esame della documentazione in nostro possesso, possiamo affermare che buona parte delle maestranze che operarono nel porto riminese tra ‘400 e ‘500 provenivano da territori veneti e dalla sponda orientale dell’Adriatico: in particolar modo, sebbene nel ‘400 prevalgano i Dalmati, con il passare degli anni tale tendenza muterà a favore delle maestranze venete che diventeranno prevalenti nella seconda parte del ‘500.

Lo scambio di maestranze tra le due sponde dell’Adriatico non ci deve stupire: gli stessi San Marino e San Leo erano scalpellini dalmati nell’isola di Arbe e si trasferirono a Rimini per la ricostruzione delle mura cittadine. Una tradizione che ben rappresenta la simbiosi in cui vissero i porti adriatici, più legati fra loro che con i rispettivi entroterra.

 

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Per molti secoli l’unica pesca praticata nel nostro mare fu quella costiera.

Solo all’inizio del XVII secolo, con l’aumentata richiesta di pesce – anche a seguito delle più rigide prescrizioni sui digiuni “di magro” imposte Controriforma – e l’introduzione di nuove tecniche, soprattutto di origine provenzale, i nostri pescatori si cimentarono nella navigazione d’altura. Ma queste pratiche richiedevano imbarcazioni più grandi e manovrabili e un cambiamento nelle tecniche di navigazione.

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

 

Fino all’ultimo dopoguerra, il panorama marino dell’Adriatico era reso tipico dalle vele colorate. Un’usanza antichissima, già praticata dai navigatori neolitici del Mediterraneo. Ogni marineria aveva i suoi colori e ogni famiglia i suoi simboli, che formavano una vera e propria araldica. Da noi i colori più usati erano il rosso mattone e il giallo l’ocra, mentre i simboli erano solitamente geometrici e non figurativi, anche se non mancavano le eccezioni. La colorazione era eseguita con tinte facilmente reperibili, ricavati dalle terre. Questo trattamento, oltre a preservare il tessuto, consentiva di identificare da lontano l'imbarcazione. In età moderna, nessun altro colorava le vele se non i marinai adriatici. Con la fine della navigazione a vela, è andata perduta anche questa tradizione, mantenuta in vita solo da pochi benemeriti appassionati come quelli dell’Associazione Vele al Terzo.

 

mer 06 mag 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Vici Luca

Prima delle innovazioni del ‘600, la flotta peschereccia riminese era costituita soprattutto da tratte bragocci, che praticavano più che altro lo strascico in coppia a poche miglia dalla costa. Da un elenco del 1649 apprendiamo che a Rimini operavano già 17 tartane da pesca, cioè . La pesca con le grosse tartane veniva effettuata con mare non troppo mosso e aveva lo svantaggio di un oneroso armamento della barca, del resto poco manovriera. Si pescava “a spontiero”, cioè con due aste poste a poppa e a prua, alle quali erano collegati i capi della grande rete “tartana”, che arava il fondo del mare.

Le tartane adriatiche, in origine, avevano una velatura di evidente origine provenzale, con una grande vela latina e un fiocco detto “polaccone”, mentre gli scafi riproponevano i modelli della tradizione navale veneta.

I legni delle barche erano fabbricati principalmente nei principali cantieri romagnoli e marchigiani (Rimini, Pesaro, Senigallia), oltre ai corredi per la pesca, che venivano commercializzati nei quartieri “marinari” di Rimini.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Rimini e la pesca: un binomio che ci appare del tutto naturale. Eppure non è sempre stato così. In realtà, il prosperare dell’industria ittica nella nostra città è stato un fenomeno relativamente recente. Le ricerche di Maria Lucia De Nicolò permettono ora di ricostruire le vicende di un mondo solo apparentemente sempre uguale a se stesso.
Apprezzatissimo dagli antichi romani, il pesce non lo fu altrettanto nel medio evo, poiché ritenuto alimento di poca sostanza e di “umore freddo”, quindi perfino nocivo. La svolta giunse solo a metà ‘500. Da un lato, il Concilio di Trento (1545 – 1563) conferì rigore ai digiuni “di magro”, che fra quaresima, venerdì e vigilie andavano osservati per quasi un terzo dell’anno.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Il vino di lusso, quello tassato più pesantemente, a Venezia era classificato “XXX”. Ed era il vino da mar, quello che trasportato per mare – quindi l’unico commerciato a grande distanza – invece di guastarsi addirittura migliorava. Il vino di Rimini rientrava proprio in questa categoria insieme a pochi altri, e da tempo immemorabile. Già Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) esaltava i nostri vina navigata, che per secoli furono la nostra principale voce di esportazione. Un prodotto di pregio assoluto, una sorta di Brunello dell’antichità, per il quale i mercanti di ogni nazione erano disposti a sborsare le cifre più alte. Per Rimini, un vanto e una fonte certa di benessere.

mer 11 mar 2009 - Notizia di Borgo Marina - scritto da Cicchetti Stefano

Un commercio a Rimini del tutto dimenticato fu quello delle ferrarecce (minerali di ferro) e del rame. Il traffico era attivo già nel basso medio evo, per raggiungere il culmine fra ‘500 e ‘600. Grossi mercanti, per lo più di origine lombarda (i Pavoni, Provasi, Pastoni), si erano stabiliti qui instaurando un vero monopolio, anche come armatori che gestivano il trasporto da Trieste, dove il carico giungeva dalle miniere asburgiche della Carinzia. Un trasporto però di contrabbando, duramente represso dai Veneziani che pretendevano il dazio su ogni naviglio.

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