Pił che una trota sembra una mazola
C ‘è da imparare perfino da Renzo Bossi
C’era una volta la Lega che combatteva contro le poltrone ereditarie
Cosa immaginare di altrettanto dissonante del Berlusconi che, agghindato da aspirante presidente dell'auspicata Repubblica Padronale, conciona sul 25 Aprile a reti unificate? Un canto gregoriano intonato da Califano? Nicholas Farrel che relaziona su “Astemio è bello”? L'esaltazione di Madre Teresa di Calcutta affidata ai labbroni siliconati della Santanchè? É comunque preferibile lui che il 25 Aprile legge dei vecchi appunti del fu socialista Cicchitto o del già comunista Bondi, allo squallido controcanto inscenato da campioni della destra quali il neo-governatore leghista del Veneto, Zaia («gli ex partigiani sono come i vietcog»), o il presidente post(?) neofascista della Provincia di Salerno, quel “Cirielli del lodo” che, scimmiottando il penoso Pansa ridottosi a scrivere su “Libero”, sentenzia che i Partigiani «non combattevano per la democrazia» ma per sostituire «all'esperienza (sic!) fascista una dittatura comunista.»
Senza quel “gatto morto” che porta in testa, si sarebbe stentato a riconoscere nel Berluconi tutto miele del 25 Aprile lo stesso che, solo pochi giorni prima, rischiava di giocarsi il lifting facciale per la foga con cui inveiva contro il malcapitato Fini. Il quale, in fondo, chiede che il PDL passi dal “culto della personalità” al “centralismo democratico” (prima si discute, poi si vota e alla fine ci si adegua al volere della maggioranza): insomma, una “riedizione di destra” del dibattito che sessant'anni fa tenne banco fra i comunisti. E che invece non prenderà mai piede dentro a Lega, dove quel che resta di Bossi impererà fino a che non sia pronto a succedergli il figlio Renzo, la “pargoletta trota” pluribocciato alle superiori, che si vanta di non tifare Italia, di odiare “i culattoni”, di non essere mai sceso “più giù di Roma”. Se anziché una trota fosse un pesce di mare, non si farebbe fatica a riconoscerlo: come si dice dalle nostre parti, «l'à 'na testa com'una mazola».
C'è chi sostiene che i legaioli avrebbero dispensa di dire le peggiori bestialità perché “loro stanno sul territorio”. Il nostrano Di Grazia, per esempio, pur non arrivando al grado di giuliva “folgorazione sulla via di Pontida” di un altro multi-ex, Lugaresi, ci ammoniva di recente a smettere di definire razzisti gli eccessi della Lega. Come chiamare, allora, quei suoi caporioni che hanno promosso una petizione di protesta perché «è irrispettoso dei sentimenti della popolazione locale» che nel cimitero di Paderno una bimba sia stata sepolta col rito musulmano? È una delle cento mostruosità che ogni giorno ci tocca leggere: se questo è “battere il territorio”, meglio battere il marciapiede! Assistiamo poi a facezie come quelle di Bellaria, dove per fortuna la Lega se la prende con gli extracomunitari vivi, ai quali vuol revocare il diritto di voto per i Consigli di Quartiere; o alle “comiche programmatiche” del leghista di Coriano auto-candidatosi a sindaco di Montecolombo: «Controllerò di persona le residenze; e per togliere l'erba dai fossi, non più cantonieri ma utilizzo di asini». La mia famiglia è originaria di quel Comune, dove ha tuttora un poderino ed una casa, meta di piacevoli raduni. Ora, non vorrei che nel bel mezzo del pranzo piombasse un'ispezione del sindaco, a controllare che quel nostro parentado, per lo più di carnagione scura, non nasconda qualche clandestino; e poi di lì a poco, andando a salutare mio babbo e i nonni al cimitero, ritrovarlo chino sul ciglio di un fosso a brucare l'erba, onde dar seguito al suo programma elettorale.
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