Intervista a Mariangela Gualtieri fondatrice con Cesare Ronconi del Teatro Valdoca
La voce di un "io" in ascolto
"Bestia di gioia" la nuova raccolta di poesie
Le parole efficaci di Mariangela Gualtieri danno voce al fango e alla luce che siamo. Dopo i versi del recente, intenso "Il silenzio dei fiori-Notte trasfigurata", in attesa di "Caino", spettacolo ancora in progress, la poetessa, fondatrice con Cesare Ronconi del Teatro Valdoca, ci regala "Bestia di gioia" (Einaudi), una raccolta di poesie in uscita il 18 maggio. E questa intervista.
Mariangela, lei ha scritto: «La poesia, dopo aver posto molte strazianti domande, rimanda l'interrogante a se stesso. Non chiedere a nessun altro che a te.»
«Sì, in realtà le parole che lei cita si riferivano al finale di ‘Paesaggio con fratello rotto', a ‘quella' poesia. Ma mi pare che la Poesia non dia risposte chiare, anche perché appunto non è dotata della sola componente razionale. Anzi, forse ciò che più parla al cuore di chi ascolta è la musica della poesia, la sua ritmica, la sua ombra, o tutto l'insieme, il corto circuito che essa crea. La Poesia parla a parti di noi che forse sono più sapienti della nostra ragione, rivela e commuove».
C'è come un filo rosso tra i fiori nei suoi versi e quelli di Amelia Rosselli (I fiori vengono in dono e poi si dilatano/ una sorveglianza acuta li silenzia/ non stancarsi mai dei doni)...
«Amelia sta nel mio cuore sempre, come maestra, come ‘coetanea che mi ha preceduto'. E i fiori a me sembrano immensi, immenso il loro silenzio. So a memoria questi versi di Amelia Rosselli, ma solo ora mi accorgo, grazie a lei che me lo fa notare, come anche nei suoi fiori sia potente il carattere silenzioso. Io trascorro molto tempo a guardare i fiori, un fiore. Di solito è mia sorella a regalarmene. Mi pare che custodiscano qualcosa... una parola, forse.»
Che differenza c'è tra la sua lirica che nasce "per sé", e quella che innerva il lavoro teatrale, fa nascere e dà voce a personaggi?
«Spesso quando scrivo per le regie di Cesare Ronconi, mi trovo davanti una tribù, un popolo e questo muove in me la vena epica. E va detto che gli attori, le attrici della Valdoca, a me sembrano eroi, eroine, divinità, corpi abbaglianti, per energia e dono di sé. Dunque, nel caso del teatro, la scrittura parte da un ‘noi': noi umanità splendida o derelitta o tremenda, noi che forse siamo il gran finale della specie, noi che abbiamo forse più di tutti i secoli che ci hanno preceduto, la cognizione del dolore che la specie attraversa e ha attraversato. I corpi degli attori e le azioni, l'energia che muove la regia, tutto è molto stimolante, ispirante, se mi si passa questa parola. E non è corretto dire che io faccio nascere dei personaggi, perché molto spesso i personaggi precedono la parola. È vero che io do loro una voce, ma quando loro sono già ben formati e dotati di un preciso colore. Quando scrivo lontano dalla scena, la voce è invece quella di un ‘io' in ascolto, e spesso è la natura, il mondo, il mondo delle cose ad ispirare».
In "Paesaggio con fratello rotto" lei afferma di aver tentato di «nominare il bene». Un percorso che continua anche in "Bestia di gioia"?
«Sì, il bene è quasi una mia ossessione, e credo che il male sia così attraente e ostenti tanta potenza, perché non abbiamo le parole del bene. Ci sono tante vuote parole, tante opinioni espresse, tanta chiacchiera, ma una parola efficace, dotata di vera energia, è piuttosto rara. E forse raro è anche il silenzio in cui questa parola può germinare. Tuttavia in questa raccolta direi che il tema del bene si intreccia e confonde con altri temi, non lo trovo dominante.»
«Come siamo andati lontani da ciò che ci tiene in vita!» Ritrovarlo è la possibilità che la poesia contiene?
«Credo che la Poesia faccia bene, un bene immediato, che dia un immediato sollievo, perché ci mette in contatto con la trascendenza, con la parte di noi che è più vecchia di noi. Mentre tutto, intrattenendoci, pare strapparci via da questa sponda metafisica, senza la cui frequentazione tutto è assai limitato e si riduce a calcolo, quantità, profitto.»
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